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Psico Ricerca

Albert Einstein: il suo lato umano.

Dott.ssa Giorgia Aloisio

 

 

Questo libricino è stato stampato presso la Princeton University Press, nel New Jersey e non a caso: fu proprio a Princeton che il 18 aprile del 1955 si spense lo scienziato tedesco Albert Einstein. I due autori di questa raccolta commentata di stralci di lettere, bigliettini, brevi messaggi del grande studioso della relatività - la sua segretaria personale ed un collega universitario - hanno saputo scegliere, tra i moltissimi ‘reperti’ grafici e alcune piacevoli poesie dello stesso scienziato, alcune comunicazioni che oggi ci trasmettono un’idea veramente ‘umana’ della persona che è stata Einstein.
Uomo schivo, alieno alle mondanità e ai complimenti, Albert Einstein, durante l’arco della sua esistenza, ha vissuto momenti di grande successo e gloria a livello mondiale (nel '21 vinse il Premio Nobel per la fisica, ma negli appunti di quell'anno non ne fa alcuna menzione) ma si è anche scontrato con intensi conflitti e turbamenti interiori. Proviamo a dare di lui un breve schizzo, seguendo gli stralci che sono raccolti in questo opuscolo intitolato Il lato umano.

Innanzitutto, era un autentico spartano: secondo la testimonianza di sua sorella Maja, lo scienziato non provava il benché minimo interesse per le cose materiali e, fin da quando era giovane, immaginava la propria sala da pranzo arredata con «una tavola di legno, una panca e qualche sedia» (p. 13). Non si concedeva quasi mai distrazioni rispetto all’attività scientifica: « … non mi sono mai permesso, un anno dopo l’altro, né svaghi né divertimenti, tranne quelli forniti dallo studio». Lo studio, in ogni caso, non era sinonimo di obbligo o costrizione: ecco cosa consigliava ad un gruppo di matricole universitarie: «Non considerate mai lo studio come un dovere, ma come un’occasione invidiabile di imparare a conoscere l’effetto liberatorio della bellezza spirituale» (p. 52). La sua attività scientifica era in grado di provocargli puro piacere, vera soddisfazione, sensazioni che possiamo cogliere da queste sue poche ma evocative parole.
Comunque, nel tempo libero, Einstein si dedicava alla lettura di testi filosofici (Pascal, tra i suoi filosofi prediletti) e all’ascolto della musica classica (era inoltre un discreto violinista); in musica apprezzava Arturo Toscanini, giudicava Beethoven eccessivamente drammatico, preferendogli J. S. Bach, F. Schubert ed E. Bloch.

 


Nell’infinito numero di lettere che Einstein riceveva dalle persone più disparate e da ogni parte del globo, vi erano nella maggior parte quesiti relativi al senso della vita, l’aldilà, la mente e il corpo, la sofferenza, l’esistenza di Dio, interrogativi ai quali lo scienziato cercava di rispondere in modo sincero ma senza assicurare troppe certezze all’altro, lasciando uscir fuori in modo spontaneo proprio questo lato umano, fragile, del tutto distante dai cosiddetti ‘santoni’ che troppo spesso ci vengono propinati dai mass media di ieri e di oggi. Le ‘certezze’ che lo studio e la scienza ci permettono di raggiungere non sono che parti infinitesimali, pressoché trascurabili, di ciò che esiste, e questo tipo di riflessioni lasciava intendere che non vi erano convinzioni scientiste né pretesa onniscienza da parte di Einstein.
Lo scienziato di Ulma non aveva bisogno di fare mille riverenze per comunicare agli altri ciò che pensava: in una spassosa lettera sconsigliava ad un appassionato di scienza di perdere tempo in un’attività nei confronti della quale sembrava poco portato. Ad un altro che era convinto di avere escogitato idee altamente scientifiche, Einstein rispondeva così: «Lei mi sembra un recipiente vivente di tutte le espressioni vuote che vanno tanto di moda» (p. 40)

Rispondeva tramite lettera a persone adulte e a bambini, studenti e pensionati e lo faceva con una freschezza, un’immediatezza e un’autenticità davvero incredibili. Riservato e ironico (in una comunicazione si definisce ‘un vecchio vagabondo’, p. 30), Albert Einstein non si sottopose mai ad analisi psicologica, anzi, ad un terapeuta della corrente adleriana che gli proponeva di intraprendere una psicoterapia per stilare alcuni profili di uomini famosi, rispose con lucido sarcasmo: «Mi dispiace di non poter acconsentire alla Sua richiesta: preferisco rimanere nell’ignoranza di chi non è stato psicanalizzato» (p. 33).
Il rapporto mente-psiche lo affascinava e sosteneva che l’anima e il corpo «non sono due cose diverse, ma solo due modi diversi di percepire la stessa cosa» (p. 36)

 

 

A coloro che desideravano condividere con lui le loro angosce legate alla morte, Einstein scriveva che, nonostante la mortalità, «la gente come noi non invecchia, per quanto a lungo viva», e questo se sappiamo guardare il mistero dell’esistenza con sguardo da bambini curiosi e stupiti.

Il dolore rappresenta un altro tema caldo negli scritti contenuti in questo libretto: lo sconforto che coglie l’essere umano in alcuni momenti della vita è inevitabile, perché gli uomini vivono «come dei naufraghi che cercano di tenersi in equilibrio su un pezzo di legno in mare aperto» (pp. 66-7). La sofferenza rappresenta comunque l’unica strada per raggiungere la grandezza umana. Il dolore esiste, non possiamo eliminarlo in nessun caso, e questa non è una novità, sostiene Einstein: tutto dipende dall’accettazione di questo ‘dato di fatto’, un pensiero che senza dubbio lo scienziato aveva mutuato dalla filosofia presocratica.

Concludo questa recensione con una riflessione contenuta nell’ultima pagina di questo testo. Ad un musicista di Monaco di Baviera che gli aveva scritto parole cariche di amarezza e depressione, Einstein aveva sentito di poter trasmettere alcuni consigli su come orientare il suo modo di vivere, utilizzando queste parole cariche di vita e fraternità, delle quali ‘approfittiamo’ anche noi:

 

«Non legga i giornali, si cerchi alcuni amici che condividano il Suo modo di pensare, studi i meravigliosi scrittori del passato: Kant, Goethe, Lessing, i classici degli altri paesi.
Si goda le bellezze naturali dei dintorni di Monaco. Faccia finta di vivere, per modo di dire, su Marte, in mezzo a creature estranee, ed eviti di approfondire qualsiasi interesse

nelle attività di quelle stesse creature.
Diventi amico di qualche animale. […] Si ricordi sempre che gli animi più alti e più nobili sono sempre necessariamente soli, e che perciò possono respirare la purezza della propria atmosfera. Le stringo la mano in cordiale amicizia.
E. »

 

 

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