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Psico Ricerca

Medicina e psicoterapia a confronto

 

Dott.ssa Giorgia Aloisio

 

“Benessere” è un termine che ha a che fare con le professioni sanitarie nella loro totalità ma assume toni e caratteristiche anche molto differenti a seconda dei diversi punti di vista: che cos’è il benessere psicofisico? In questo articolo desidero confrontare ciò che la medicina intende per salute e benessere e cosa vogliono significare queste parole dal punto di vista di noi psicoterapeuti, nel lavoro che portiamo avanti con i nostri pazienti. 

Viviamo in un’epoca in cui si parla tanto, a volte in modo vago e confuso, di benessere psicofisico e di come vivere meglio, senza chiarire più di tanto questo concetto e cosa significhi veramente star bene. Inoltre, l’attuale ideologia del benessere sembra fare l’occhiolino alla medicina e al suo modo di intendere la salute, un modo spesso molto lontano da ciò che la psicologia e psicoterapia intendono.

 

medicina e psicoterapia

 

Viviamo nell’ipermoderno (G. Lipovetsky) o se preferite nell’epoca della modernita' liquida (Z. Bauman), un periodo nel quale, come ci spiega Massimo Recalcati, siamo sottoposti alla “logica disumana della quantificazione”: tutto deve poter essere misurato e definito in base al mero dato numerico, ad una logica razionalizzante che mira ad ottenere grafici, diagrammi e ad omologare il concetto di salute, descritto in modo sempre più univoco e unidimensionale. Stare bene oggi vuol dire spesso immergersi in “pratiche totalitarie della cura” (citando Recalcati), che non prendono in considerazione fattori soggettivi ma fanno di tutto “un gran calderone”: sembra, come si suol dire, che “tutto faccia buon brodo”, e nel minestrone vengono infilate pratiche di ogni tipo, sia quelle tutti numeri e dall’odore scientifico, sia quelle che risentono dell’ormai passata ma non ancora superata cultura “New Age”. Il soggetto, oggi, sembra perdere la propria naturale “soggettività” - perdonate il gioco di parole – e  farsi invece unicamente corpo, un oggetto tra tanti, che ci si aspetta reagisca allo stesso modo degli altri corpi quando gli vengono forniti cibo, farmaci, pratiche terapeutiche: il nostro corpo, oggi, appare sottomesso ad un ideale di benessere pervasivo, anonimo ma allo stesso tempo prepotente e francamente avvilente. Non è un caso che la corrente filosofica dello strutturalismo abbia trattato a fondo questo tema e sia giunta all’amara, apparentemente iperbolica conclusione che oggi “l’essere umano è morto”. 

 

Un'immagine tratta dal film Tempi Moderni (di e con Charlie Chaplin)

Un'immagine tratta dal film "Tempi moderni" (di e con Charlie Chaplin) 

 

Naturalmente sono convinta che il mondo della salute sia estremamente eterogeneo, impossibile da catalogare in macrocategorie fisse e sono sempre piu' persuasa che il fattore soggettivo giochi un ruolo fondamentale nella genesi e nel decorso delle patologie di ogni genere; la nostra soggettivita', la singolarità che ci contraddistinguono hanno un peso fondamentale nel dispiegarsi delle nostre vite, anche nella ricerca e nel mantenimento del benessere psicofisico.

Torniamo al tema di questo articolo: il confronto tra la salute in medicina e in psicologia/psicoterapia. Questo attuale modo di intendere il benessere come fenomeno riducibile al numero (di calorie, di chilogrammi) è estremamente simile a quello che la medicina insegna: si tratta di una concezione che viene a scontrarsi in modo brusco e brutale con quello che noi psicoterapeuti intendiamo quando parliamo di benessere. Questi scontri avvengono regolarmente quando un nuovo paziente chiede aiuto e viene a parlarci nei nostri studi, in special modo quando ci troviamo di fronte a richieste di guarigione che hanno poco a che fare con la realta' psicologica del paziente e le sue possibilita'. Questa ipermoderna concezione di salute, che strizza l’occhio al mondo medico trascurando l’aspetto individuale – psicologico di ogni individuo, è un fattore che ci obbliga a spiegare ai nostri pazienti che star bene non vuol dire semplicemente avere valori ematici nella norma o possedere un corpo che risponde a certe specifiche norme estetiche oggi irrinunciabili, ma è qualcosa di molto più profondo, con cui spesso gli stessi pazienti non si sono venuti mai a confrontare prima d’ora.

 

medicina e psicoterapia

 

Quando una persona chiede un consulto ad un medico lo fa perché solitamente desidera che quel sintomo che tanto la fa soffrire e tanto stravolge la sua routine quotidiana sparisca nel più breve tempo possibile: il medico dovrebbe cercare di comprendere le origini del disagio (la cosiddetta eziopatologia) e occuparsi allo stesso tempo di trovare un modo per liberare l’altro dal malessere che lo attanaglia (la sintomatologia portata dal paziente). L’obiettivo medico, in sostanza, consiste nell’eliminazione totale del sintomo e nel cercare di fare in modo che il paziente possa tornare, se possibile, alla fase precedente al malessere, quella che spesso viene definita la “restitutio ad integrum”; nei casi in cui questa guarigione completa non sia possibile, il medico cerca di fare in modo che l’eliminazione del disturbo sia quanto meno parziale. Può trattarsi, ad esempio, di un paziente gravemente diabetico con un arto necrotico da asportare, come anche di un semplice raffreddore da fieno: in medicina, clinica e salute si sovrappongono.
Spesso le persone che approcciano la psicoterapia, non conoscendo il mondo della psiche e il suo studio, pensano di poter applicare il medesimo paradigma al nostro ambito di lavoro, che senza dubbio ha a che fare con il benessere, la cura e la salute, ma che funziona in modalità decisamente peculiari. Corpo e mente sono due lati della stessa medaglia, ci tengo a sottolinearlo, ma appartengono anche a mondi diversi e devono quindi essere trattati nel rispetto delle loro dimensioni e delle modalità più consone al loro funzionamento.

In psicoterapia i sintomi che più spesso portano una persona a chiedere aiuto psicologico sono la depressione, i disturbi d’ansia (disturbo da attacchi di panico, ansia sociale), i disturbi alimentari, i disturbi psicosomatici. In questo ambito – e maggiormente nella psicoterapia psicoanalitica, il mio paradigma di riferimento – il paziente porta sempre un sintomo, come avviene in medicina: quel sintomo, a differenza di ciò che accade in ambito medico, non può e non deve sparire, ha piuttosto bisogno di un processo di trasformazione. Letta cosi' noi psicoterapeuti potremmo sembrare sadici operatori della salute: in realtà il discorso è un po’ più complesso e articolato. Il sintomo psicologico, che può essere una continua tosse nervosa di fronte ad ogni situazione fonte di stress fino ad arrivare alla crisi depressiva vera e propria, è un fenomeno che lo psicoterapeuta deve poter accogliere, per indagarne il significato insieme al paziente, lavorando sulla comprensione del ruolo che quel sintomo ha assunto nella vita del paziente, in ambito familiare, lavorativo, sociale, psicologico. Il sintomo non deve essere immediatamente soppresso, non deve (e non può) essere estirpato come un’erbaccia, anche se spesso è proprio questa la richiesta dei nostri pazienti: il disagio è portatore di un significato, di un contenuto che il paziente non può più tenere dentro e che esprime quindi attraverso il canale psicopatologico. Il malessere psicologico rivela una verità che il soggetto non può nascondere e che si palesa nonostante tutti i tentativi di rinchiuderlo dentro di noi, di soffocarlo.

 

medicina e psicoterapia

 

Il lavoro dello psicoterapeuta, quindi, è quello di aprirsi al mondo disfunzionale del paziente e trovare insieme a lui un linguaggio utile per decodificare il messaggio inconscio che il sintomo veicola. A volte il disagio psichico può generare un forte senso di angoscia nei pazienti, specie in quelli non avvezzi al dialogo con la propria psiche, soprattutto nel suo aspetto più ombroso e buio, ma non c’è da stupirsi: i pazienti devono essere guidati con gentilezza e calma ad affrontare questo lato irrazionale, questo loro aspetto che viene quasi percepito come un estraneo, un intruso, nella quiete del mondo della coscienza e della consapevolezza. Il disagio psicologico è un simbolo (termine che deriva dal verbo greco συμβάλλω, che significa «mettere insieme, far coincidere»), così come il sogno, l’atto mancato, il lapsus, il motto di spirito: è l’ “indimenticabile” della storia del soggetto, che gli si fa innanzi e non lo molla un attimo, lo attanaglia, con petulanza e insistenza, che chiede di ottenere uno spazio per far sentire la sua voce, nonostante tutto.

Il sintomo psichico che il paziente porta in consulenza (prima) e in fase terapeutica (dopo) ha anche un altro aspetto che va preso in considerazione e accolto: quello delle reazioni che genera nelle persone che vivono a contatto con il nostro paziente.
Sigmund Freud, il fondatore della psicoanalisi e fonte di ispirazione per le psicoterapie psicoanalitiche, già a inizio Novecento aveva compreso che il malessere di un individuo portava sempre dei “vantaggi secondari” al paziente e ai suoi familiari, almeno ad una parte di loro: essere considerato “malato”, come noi tutti possiamo riscontrare nelle nostre esperienze familiari, permette al soggetto in questione di essere più “coccolato” e protetto rispetto ad altri membri del gruppo, di raggiungere più facilmente obiettivi che altri fratelli o sorelle hanno lottato per ottenere, tutto questo in virtù del fatto che si tratta di un individuo ritenuto più fragile, debole, bisognoso di aiuto di altri. Questo vantaggio sociale che il sintomo permette di avere, ha un peso enorme nel nostro lavoro psicoterapeutico: si tratta di tutta una serie di equilibri familiari che spesso si reggono quasi completamente su queste dinamiche e quindi è fondamentale effettuare valutazioni accurate in questo senso. Pensiamo ad esempio alle forti ripercussioni che possono avere certe “guarigioni” in famiglie apparentemente sane che per tutto il ciclo delle generazioni hanno funzionato scaricando su uno dei familiari la patologia del nucleo (il cosiddetto “capro espiatorio”, un concetto essenziale in psicologia): a volte, per esempio, quando il paziente “malato” intraprende un percorso psicoterapeutico che lo porta a cambiare e quindi a non indossare più l’abito del malessere, queste famiglie crollano, si disgregano, si frammentano, mostrando tutta la patologia insita nelle matasse nascoste del loro albero genealogico.
Inoltre, un sintomo, proprio per tutte queste sue caratteristiche, in parte anche sociali, non si può farlo sparire come se si avesse una bacchetta magica: ogni persona ha dei tempi che sia il paziente che il terapeuta devono rispettare, le elaborazioni hanno un loro ritmo che non possiamo accelerare, e qui rientra il fattore soggettivo del quale ho scritto in apertura di questo articolo.

 

Sigmund Freud in un'insolita fotografia

Sigmund Freud in un'insolita fotografia

 

La speranza, i tentativi di realizzare la “restitutio ad integrum” della medicina, sono praticamente irrealizzabili in psicoterapia: e forse a pensarci bene è difficile che questo processo abbia luogo anche in medicina. A seguito di un episodio depressivo, un sintomo panico o un trauma, per fare altri esempi molto ricorrenti, un individuo non può più essere lo stesso di prima, così come quando una persona intraprende un percorso di chemioterapia e inizia a lottare contro un tumore. Credo che cambiare e sentirsi cambiati in seguito a disagi psicologico – fisici, sia assolutamente un bene perché può essere uno spunto per migliorarci dal punto di vista dell’adattamento: quest’occasione, seppure dolorosa, ci fa sentire inevitabilmente trasformati, spesso addirittura migliorati.
Anziché “ortopedizzare”, “rieducare emotivamente” i nostri pazienti – sempre prendendo a prestito alcune calzanti definizioni di Recalcati – la stessa psicoterapia potrebbe aiutare la medicina a migliorarsi e a sovvertire quel modello che tende alla normalizzazione dell’individuo e quindi, in definitiva, alla sua disumanizzazione.

 

medicina e psicoterapia

 

BIBLIOGRAFIA

Z. Bauman (1999) Modernità liquida, Laterza, Roma
G. Lipovetsky (2017) L’estetizzazione del mondo, Sellerio, Palermo
G. Lipovetsky (2007) Una felicità paradossale, Raffaello Cortina Editore, Milano
M. Recalcati (2010) L'uomo senza inconscio, Raffaello Cortina Editore, Milano

 

 

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