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Psico Ricerca

La famiglia del Mulino Bianco che non la finisce di tormentarci

Dott.ssa Giorgia Aloisio 

 

Immagine del Mulino Bianco Barilla

Il logo del Mulino Bianco

 

LO SPUNTO INIZIALE: IL LAVORO DI PSICOTERAPEUTA
Una decina di anni fa iniziai la libera professione e il mio primo caso clinico mi fece tornare alla memoria il ricordo di un’antica pubblicita', quella del Mulino Bianco: sulle prime sorrisi interiormente. Avevo ancora in mente quello spot e riuscivo a cogliere l’atmosfera alla quale il paziente davanti a me si riferiva; quel ricordo un po’ sbiadito, chiuso da anni in un cassetto, fece rapidamente ritorno nella mia mente come una fotografia logorata dal tempo e provai una certa tenerezza anche perché erano passati la bellezza di una trentina d’anni da quell’epoca. Eppure, sia io che il paziente avevamo serbato questo antico ricordo, con tutti gli annessi e connessi delle nostre vite dell’epoca e le nostre memorie annebbiate dagli edulcoramenti. Fu un momento di profonda condivisione interiore.

 

LE PUBBLICITA’ E L’IMMAGINARIO COLLETTIVO
Sicuramente, molti di noi avranno in mente molte altre pubblicità televisive: per esempio l’indimenticabile spot del profumo Chanel Égoïste (le donne affacciate ai balconcini che aprivano e chiudevano gli scuri delle finestre al ritmo del balletto di Romeo e Giulietta di Prokoviev), o quell’altro della Fiat Punto (con il condomino che, dopo una lite tra coniugi, si presentava alla porta della vicina di casa con il famoso ‘Buonaseraaaa’). La mitica ‘famiglia del Mulino Bianco’ mi fece sorridere e continuai il mio lavoro, illudendomi che quella sarebbe stata l’ultima, toccante volta che avrei ripensato a quella famigliola apparentemente così pacifica: come si suol dire, ‘mi misi l’anima in pace’. Mal me ne incolse.

 

Una scena tratta dallo spot del profumo Égoïste

 

Nel corso degli anni, tra un paziente ed un altro, il confronto con la leggendaria famiglia del Mulino Bianco si fece sempre più incalzante, tornando alla ribalta in modo quasi serrato: mi è accaduto persino di recente di sentirne parlare durante una consulenza e ne rimasi quasi fulminata. Con il tempo, mi accorsi che non era solo l’immaginazione dei pazienti ad esserne stata invasa, ma anche quella di colleghi, conoscenti … persino degli amici. Quando qualche tempo fa, per puro caso, conobbi la persona che ai tempi che furono aveva ideato questa trovata pubblicitaria per la Barilla e devo ammettere che, nonostante l’ammirazione di molti degli astanti, io provai una certa irritazione.

 

Antonio Banderas nella pubblicita' della Barilla

Antonio Banderas prosegue la serie pubblicitaria della Barilla

in compagnia di un simpatico gallinaceo

 

 

Il pensiero di questo spot così invasivo nella mente umana ha iniziato a indispettirmi e alla tenerezza si è sostituita una livorosa avversione: come, ancora con questa famiglia, ancora con questo mulino? Quante altre famiglie sono state propinate dal mondo pubblicitario, nel corso degli anni … Sono passati decenni e noi ancora qui a confrontarci con quella storiella della famiglia del Mulino Bianco… come siamo messi male. Non è un caso, pensai, non può essere che la casetta di Chiusdino, tra le colline senesi, continui imperterrita e impunita ad insinuarsi nell’immaginario collettivo italiano, che venga ancora utilizzata come umiliante metro di paragone per parlare dei propri sistemi familiari: ci deve essere un motivo sensato che possa spiegare questa incursione subliminale che tuttora permane immodificata … come dire, devono esistere motivazioni profonde alla base di questo ricordo così nitido che, come la risacca, ogni tanto riaffiora dall’abisso dell’oblio nazional popolare.
Proviamo a ricordare, con l’aiuto di internet, chi era questa indimenticata famiglia e cosa faceva, durante quella breve pausa pubblicitaria che non possiamo toglierci più dalla testa, nemmeno nelle sedute psicoterapeutiche.

 

 

 

LA FAMIGLIA DEL MULINO BIANCO
La benedetta famiglia del Mulino Bianco era composta da mamma, papà, un nonno (privi di nome, pare) e due figli che invece un nome ciascuno lo avevano: Linda e Andrea. Questa fu tra le prime pubblicita' ad essere ‘seriale’ cioè ad evolvere nel tempo: gli spot raccontavano pezzi di vita differenti di questa famiglia tutta rose e fiori. Il papà a volte staccava la mattina presto dal lavoro e tornava di gran carriera a casa per abbracciare la sua amata famiglia e rinfrancarsi con una bella colazione a base di biscottini della Barilla; altre volte il nucleo familiare al completo si preparava per uscire, i bimbi per la scuola, i genitori per il lavoro, e non c’era nulla da fare, questa colazione riusciva sempre perfetta e appetitosa, niente che andasse storto, era tutto un sorridersi reciproco, un annuire con la testa, un generale compiacersi, tutti avevano gli occhi grandi e felici.

 

Foto di Adina Voicu

 

COSA STAVA SUCCEDENDO NELLA SOCIETA’ ITALIANA DI QUELL’EPOCA?

Cosa hanno evocato questi istanti pubblicitari, nella mente degli italiani? Piccolo excursus storico: erano gli anni ’90 e, secondo quanto afferma il sociologo Francesco Alberoni, la Barilla viveva un momento critico. Questa complessa fase aveva portato l’azienda a cercare una ‘immagine forte’ che potesse davvero piacere e coinvolgere il pubblico (per approfondire, cliccare qui). Erano inoltre anni in cui iniziava ad ‘incubare’ il movimento ecologista: le città si erano già rivelate luoghi invivibili, soffocati dallo smog e dallo stress generale e l’idea di tornare a vivere in campagna, nella semplicita' e a contatto con le nostre origini, immergersi in una vagheggiata innocenza primigenia aveva già fatto la propria comparsa nelle fantasie di molte persone. La famigliola sembrava realizzare proprio questo sogno: abbandonava l’impossibile vita cittadina per lasciarsi andare nell’abbraccio di mamma Natura (qualche anno dopo, la Barilla, creò un nuovo spot con lo slogan ‘Mangia sano – torna alla natura’, sempre per restare in tema): una natura buona, madre, non certo matrigna, un luogo nel quale ci si ritrova, ci si ama, si fanno avanti gli antichi e genuini sentimenti di un tempo, dove vive e scorrazza senza freni il mito del ‘buon selvaggio’ e dell’origine benigna dell’umanità intera: un tributo al pensiero di Jean Jacques Rousseau e ai numerosi pensatori che hanno creduto a questo ideale.

 

 

 

Una natura, quella dello spot del mulino, descritta dall’occhio attento del regista Giuseppe Tornatore che, proprio nel 1990, si era aggiudicato il Premio Oscar per la pellicola Nuovo Cinema Paradiso. Le vicende della famiglia del Mulino Bianco erano inoltre accompagnate dalla musica del compositore Ennio Morricone (autore, peraltro, della colonna sonora del film sopraccitato): un colpo da maestri, insomma, che non poteva fallire. Tra musiche cariche di speranza e serenità, cibi più o meno succulenti e una natura incontaminata, il pubblico non aveva scampo. Gli spettatori hanno iniziato a covare il sogno di trasformare la propria famiglia in quella dello spot; anche solo un pezzetto di vita della famiglia del Mulino Bianco sembrava desiderabile, tant’è che all’epoca numerosi fan dello spot iniziarono ad effettuare dei veri e propri pellegrinaggi sul luogo del ‘Mulino Bianco’ quasi fosse un luogo santo, alla ricerca di un qualche genius loci, di un sogno in qualche forma materializzato, fatto realtà. Visitare il mulino della pubblicità equivaleva ad affermare che quel tipo di famiglia, quel mondo ideale, non erano solo frutto del bieco marketing ma esistevano davvero, erano concretamente realizzabili. Chi non si imbarcava nel tentativo trasformativo, invece, guardava con gli occhi dell’invidia quella placida, perfetta serenita' che sapeva di non poter coltivare né fuori né dentro di sé.

 

IL MONDO IDEALE E LA SUA SPECIFICA UTILITA’

 

The Dream Painting, di Henri Rousseau

 

Quello a cui allude la pubblicità, come scritto, è il piano dell’idealita', la sfera dei nostri desideri, dei sogni, ciò che ci piacerebbe essere: vorremmo diventare più alte, più magre, più efficienti, più sicure di noi stesse, più seducenti. È proprio quella sfera che ci guida verso la realizzazione dei modelli che riteniamo vincenti e vicini alla nostra sensibilità: certamente non dobbiamo esagerare, mai immergersi esclusivamente nel nostro mondo ideale … perché dobbiamo sempre poterci confrontare con la realtà e con le nostre possibilità. Nel mondo ideale, non esistono fallimenti, non ci sono brandelli di errore, tutto è semplicemente perfetto: come quando, da bambini, osservavamo la vita degli adulti, il loro mondo segreto, al quale potevamo espirare ma che era per noi inaccessibile, immaginavamo che i nostri genitori fossero onnipotenti, invincibili, immortali e questo ci faceva sentire al sicuro, protetti, sotto una calda coperta. Il mondo ideale rappresenta un luogo in cui possiamo rifugiarci anche da adulti, quando stiamo vivendo momenti difficili che non ci danno pace: come quando apprendiamo le orribili violenze che avvengono in tutto il mondo e questo ci fa temere anche per la nostra incolumita'. In questi casi ci fa proprio tanto piacere, mettendo una zampa dentro casa, sprofondare nel nostro soffice divano e abbandonarci ad un film ispirato da buoni sentimenti, capace di riscaldarci il cuore intirizzito dalla malvagita' umana.

 

 

Spessissimo, quando ascoltiamo in televisione le testimonianze di vicini di casa e conoscenti di soggetti che hanno agito o subito gravi atti di violenza, sentiamo usare espressioni quali ‘erano una coppia tanto affiatata’ o ‘non ce lo saremmo mai aspettato’ o ancora, di nuovo, dannatamente quel ‘sembravano la famiglia del Mulino Bianco’. Pare che in questi casi il mito di questa tenera famigliola, a mo’ di archetipo collettivo, possa in qualche modo scacciare via, rimuovere o anche solo mettere da parte - per qualche istante - la crudelta' di gesti che ci atterriscono, minano la pace del nostro sonno notturno, lasciando spazio ad un’atmosfera di surreale, immutabile serenità, ad una dimensione, appunto, idealizzata, che ci aiuti quanto meno a non guardare il nostro vicino di pianerottolo come se fosse Norman Bates di Psycho (e anche a non vedere nello specchio il muso di Hannibal Lecter).

 

Per non dimenticare il volto di Lecter.

 

ULTIMA RIFLESSIONE, LO GIURO
Cosa posso scrivere, a conclusione di questa riflessione? Nonostante lo stereotipo della famigliola perfetta possa generare un certo risentimento per la sua inautenticita' e la sua irrealizzabilita', dobbiamo ammettere che la trovata dello spot del Mulino Bianco è stata per alcuni aspetti geniale e azzeccata, perché è riuscita ad innestarsi silenziosa ma inesorabile nelle teste e nei cuori di tutti noi vissuti in quegli anni, nell’incanto della televisione. Lo spot della lieta famiglia italiana, di sani principi, ha potuto confortare i nostri pensieri, creando una sorta di piccolo paradiso personale al quale ispirarsi, un giardino segreto nel quale respirare aria incontaminata; il suo ricordo ci permette di pensare in modo positivo alla nostra capacità di creare un nucleo familiare nonostante tutto equilibrato, nel quale possiamo dimostrare l’affetto in modo sincero e condividere momenti drammatici ma anche istanti di autentica gioia. La famiglia del Mulino Bianco, in definitiva, se presa a piccole dosi e con tanto di contagocce, può sicuramente farci bene.
Buona vita.

 

 

 

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