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Psico Ricerca

L’importanza di essere padri

 

Dott.ssa Silvia Ferretti

 

Non riesco a considerare nessuna necessità nell’infanzia tanto forte

come la necessità di protezione del padre

Sigmund Freud

 

In merito ai ruoli genitoriali vi è parecchia letteratura, ma soprattutto in riferimento al ruolo materno. In tanti volumi di psicologia o di pedagogia si parla di ‘madre sufficientemente buona’ (Winnicott), si insiste su quanto possa essere importante il legame che si instaura sin da tempi precocissimi tra madre e bambino, sulla relazione tra i due. A mio avviso il ruolo del padre risulta essere un po' nell’ombra, e forse non è casuale in una società dove per tanto tempo tale ruolo è stato piuttosto oscuro, e solo recentemente sta timidamente rinascendo con un tiepido ma genuino entusiasmo.


Il ruolo paterno in passato: l’epoca dei padri

Fino al secolo scorso, il padre all’interno della famiglia era purtroppo una figura fondamentalmente assente, anche perché l’uomo aveva il compito di lavorare e alla donna spettava l’accudimento della prole. Il ruolo educativo del padre era nella maggior parte dei casi esplicitato attraverso comandi e punizioni (basti pensare alla frase che forse ora ci fa rabbia ma anche un po' sorridere ‘se non la smetti stasera lo dico a papà!’), i bambini fondamentalmente avevano timore del padre e dei rimproveri che suscitavano sensi di colpa e lontananza affettiva. A parte poche eccezioni, il padre trascorreva poco tempo assieme ai propri figli, non giocava assieme a loro, tanto meno si dedicava al loro accudimento. Non voglio fare ‘di tutta l’erba un fascio’, ma dubito che un padre del secolo scorso sapesse fare il bagnetto al proprio piccolo, gli cambiasse il pannolino, lo portasse dal pediatra. Non voglio assolutamente affermare che dietro questi (mancati) gesti vi fosse cattiveria, solo affermare che tutto ciò era dovuto ad una distinzione dei due ruoli maschile e femminile ben delineata.

 

Il ruolo paterno in passato: l’epoca dei padri

 


Il ruolo paterno attuale: l’epoca dei figli

Attualmente le cose sono fortunatamente cambiate. Gli uomini, poco a poco, stanno scoprendo l’entusiasmo di diventare padri, di stabilire fin da subito una vicinanza e un contatto con il proprio figlio, di sentirsi alleati della propria compagna nella crescita di quest’ultimo. Pensiamo al fatto che la maggior parte degli uomini di oggi assiste al parto della propria compagna, indice del desiderio di avere sin da subito un rapporto col nascituro. Insomma, i padri attuali, seppur con fatica, stanno ricercando il ‘paterno’ per aiutare a crescere i propri figli, per recuperare delle relazioni intime e sincere con loro.

 

 Il ruolo paterno attuale: l’epoca dei figli


In una societa' come la nostra non sempre è così semplice: può accadere che le madri spesso siano fagocitanti nei confronti dell’educazione del figlio, a volte troppo esclusive, e i padri non sempre riescono ad inserirsi nella diade forte e compatta. Ma non si può nemmeno affermare che sia tutta colpa delle donne perche', come in tutte le cose, non esiste un unico colpevole (se poi di colpevole si tratta). C’è da dire anche che, purtroppo si è passati da un eccesso all’altro, ossia dall’epoca dei padri a quella dei figli, dove questi bambini sono al centro del mondo dei genitori in maniera assolutamente esagerata, verso cui vi è un eccesso di cura e di ansia in sfavore del ruolo genitoriale, specie quello paterno. Viviamo in una società dove i bambini comandano l’adulto e vengono caricati di responsabilità che non dovrebbero competergli, come cosa fare nel weekend, scegliere dove e come trascorrere le vacanze, cosa vedere in televisione, quale nome dare al fratellino ecc...
Nell’epoca dei figli i padri che, come sosteneva Lacan dovrebbero svolgere la funzione di unire un desiderio con la Legge, non fanno i padri ma gli amici, o peggio, i ‘mammi’.
L’epoca dei figli non aiuta ma, al contrario disorienta un bambino che senza un ‘no’ si sente spaesato e non conosce il confine tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, e a mio avviso incide sulle sempre più frequenti patologie che insorgono nell’epoca infantile e/o adoloescenziale, quali disturbi dell’attenzione, difficoltà nelle relazioni sociali, obesità e disturbi alimentari.

 

Figlio in bicicletta e padre

 


Come dovrebbe essere un ‘buon’ padre?

Diciamo che la ricetta per essere un bravo padre non esiste, e nemmeno sarebbe corretto dire che ce ne debba essere per forza una. Però qualche riflessione per provare a delineare quello che potrebbe essere un ‘padre sufficientemente buono’ si può fare.
Innanzitutto andiamo per esclusione. Per essere un buon padre sicuramente non si deve essere dei ‘geni’. Questa è la tesi sostenuta da Maurizio Quilici nel suo libro Grandi uomini piccoli padri edito nel 2015, secondo cui la maggior parte dei geni che hanno segnato la nostra storia sono stati così occupati a scoprire e a riflettere, che hanno messo da parte la loro paternità, si sono rivelati padri freddi e distanti e alcuni hanno anche smentito le loro dottrine sostenute con tanta passione ed entusiasmo. Insomma, pare che molte tra queste menti geniali abbiano, per così dire, ‘predicato bene e razzolato male’. Seguendo il testo di Quilici, il caso più eclatante è quello di Jean Jaques Rousseau, padre della nuova pedagogia e autore del saggio pedagogico L'Emilio o dell’educazione, che ha sempre messo al centro il bambino, ma ha affidato i suoi cinque figli all’Ospizio dei Trovatelli, come ha lui stesso ammesso nelle sue Confessioni. E che dire del ‘nostro’ Manzoni, campione della pietas cristiana, che non esaudì mai le richieste accorate di visita di sua figlia Matilde che a 26 anni morì di tisi. Si può continuare con il genio per antonomasia, Einstein, che cancellò le tracce della figlia Lieserl che pare non vide mai. Charlie Chaplin, che ricordiamo come tenero ‘padre’ nel film 'Il vagabondo', in realtà detestava i bambini e pare sia stato un genitore irascibile dedito solo al lavoro. Tolstoj pare fosse un padre egocentrico e per nulla affettivo; e per concludere, Galileo costrinse sua figlia al convento fin da quando era solo un’adolescente.
Naturalmente l’autore del libro non vuole togliere nulla alla grandezza della mente dei geni citati, ma esaminarli da un altro punto di vista, quello appunto della paternità.
Per essere un buon padre, dunque, non c’è bisogno di essere un super uomo, né un genio; forse i padri migliori sono proprio coloro che sanno di non essere perfetti, ma si sforzano di comprendere i propri figli, gli restano accanto e gli forniscono delle regole attraverso un dialogo sincero. Soprattutto rispettano la personalità del figlio, i suoi bisogni, i desideri, senza bisogno di plasmarlo a propria immagine e somiglianza.

 

Figlio in bicicletta e padre      Come dovrebbe essere un ‘buon’ padre?

 

Il padre educativo

Proviamo a riflettere sulle caratteristiche di un buon padre, cercando di non banalizzare nè generalizzare. Un padre educativo accompagna il proprio figlio nella crescita, ma è capace di dire un ‘no’. Non è solo, ma si confronta costantemente con la sua compagna. Questo confronto a mio modo di vedere le cose è complicato nella società attuale ma assolutamente necessario, madre e padre devono camminare assieme, uno accanto all’altra e accompagnare il proprio figlio nella crescita e nell’autonomia. Sicuramente in una fase iniziale il ruolo di madre sarà predominante, diciamo per tutto il primo anno di vita del bambino, in cui il codice materno ha un ruolo primario, accudisce, nutre, cura e protegge.
Come già detto anche in precedenti articoli del nostro blog, all’inizio la coppia affettiva è messa profondamente in crisi dalla nascita di un figlio, e il padre rischia di essere lasciato nell’ombra. Ma con la crescita del bambino, il padre deve farsi spazio, deve diminuire il codice materno in favore del paterno che giocherà anche il ruolo di separare la diade madre-figlio, consentendo al bambino di diventare grande, imparare a stare al mondo, gestire i desideri e tirar fuori le proprie risorse.

 

Il padre educativo


Un padre educativo è un valido compagno che aiuta la madre a liberarsi del materno come unico codice valido. Sa proteggere, ma anche dispiacere. Fatica davanti al voler ‘essere amico’ di suo figlio, ma tenta di tenere la giusta distanza non affettiva ma educativa per far sì che il figlio possa tirare fuori le proprie risorse.
Viene da sé che perché ci sia un padre educativo, ci deve anche una coppia educativa che sia capace di coesione, cioè i membri possano riferirsi l’una all’altro e fare gioco di squadra in favore dell’autonomia dei figli e di regolazione, ossia forniscano regole chiare, adeguate e contestuali, non come impedimento, ma come spazio entro il quale i figli possano muoversi.
Concludo dicendo che un padre deve mettersi accanto al proprio figlio, non impedirgli di fare da solo, ma essere presente qualora cada, comunicando che il fallimento è assolutamente umano.


Quanta strada ancora da fare

Diciamo che tutto ciò non è facile da mettere in pratica, anche perchè gli stereotipi sono piuttosto duri a morire, basti pensare al contesto giuridico in cui il padre, nell’aula del Tribunale, è ancora una figura vista come residuale.
Credo comunque che le cose si stiano muovendo: molti dei padri odierni si propongono con entusiasmo e possono dare il meglio di loro, se hanno accanto compagne che gli lasciano spazio.
Per cui, si può auspicare che nelle nuove famiglie di oggi, di fronte ad un figlio che cresce, le madri siano un po' meno ‘figlio-centriche’ e si facciano da parte per favorire il rapporto tra padre e figlio e che i padri prendano coraggio e si coinvolgano in un rapporto sincero, di complicità ma giocato attraverso regole chiare. Ritengo che seguendo questo percorso educativo tutti i membri della famiglia ne possano beneficiare.

 

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