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Psico Ricerca

Tutti i figli sono uguali! O quasi ...

Dott.ssa Silvia Ferretti

 

 

Se chiedessimo a qualsiasi genitore se abbia o meno preferenza per uno dei suoi figli, quasi sicuramente negherebbe fino alla morte. Sarebbe pronto a fornire giustificazioni e spiegazioni sdolcinate secondo cui ‘l’amore di una mamma o di un papà è uguale per tutti’, ‘si amano tutti i figli in uguale misura’, ecc...
In realtà non è esattamente così perché le differenze ci sono, e la verità è che sono sempre esistite, e in passato erano addirittura accettate socialmente: era infatti il figlio primogenito quello che ereditava tutto il patrimonio della famiglia. Dal XX secolo in poi ci si è convinti del fatto che non dovessero più esistere figli di serie A e figli di serie B né da un punto di vista patrimoniale, né, tantomeno, affettivo. Ovviamente tutti i genitori, in buona fede, ci provano, ma non è così, e chi non lo ammette, mente a se stesso, anche se la maggior parte delle volte, involontariamente.

 


I rapporti speciali nascono e resistono, anche se ignorati e repressi; del resto ‘al cuor non si comanda’, quindi è assolutamente naturale che un legame sia privilegiato rispetto ad un altro.
Il Journal of Family Psychology ha pubblicato uno studio secondo cui sembrerebbe che il 70% dei padri e il 74% delle madri ammette di preferire il primogenito.
Questi dati sono confermati da uno studio trasversale compiuto dalla Sociologa Katherine Conger presso l’Università della California, svolto su 384 coppie di fratelli adolescenti (con massimo 4 anni di differenza) e i loro genitori, seguiti per tre anni con due incontri annuali. Da tale studio è emerso ancora una volta che i primogeniti sono i figli per così dire ‘preferiti’ e che i secondogeniti percepiscono tale disparità.
Su questa linea, è molto interessante un libro scritto nel 2013 da Catherine Sellenet e Claudine Paque, due docenti dell’Università di Nantes, rispettivamente delle facoltà di Psicologia e Sociologia, e Letteratura. In L’enfant préféré: chance ou fardeau? le due autrici indagano su un banalissimo non detto, sul più comune segreto familiare: quello del ‘cocco di mamma’. Ebbene sì, per fortuna niente a che fare con violenze ed incesti, ma semplicemente il tema del figlio preferito. Le autrici hanno interrogato 55 genitori: all’inizio del colloquio nessuno ha ammesso di preferire un figlio o una figlia in particolare, ma verso la fine, l’80% lo ha ammesso. E a ‘tradire’ questi genitori sono stati alcuni nomignoli o diminutivi che venivano usati nei confronti di uno dei propri figli.

 


Il libro non vuole essere una critica nei confronti dei genitori, anzi, è molto empatico verso chi svolge questo ‘mestiere’ con coraggio e cercando di fare del proprio meglio, ma cerca di interrogarsi sul perché si formino delle preferenze e sull’impatto e le conseguenze che esse possono avere sui figli, dunque essere una ‘fortuna o un fardello’, come si chiede proprio il titolo.
Le autrici, a questo proposito, sostengono che l’unica preferenza socialmente accettata è quella per un figlio svantaggiato, portatore di un handicap, debole o particolarmente fragile. Le altre preferenze, quelle inconfessabili, sono la maggior parte delle volte generate da un riflesso narcisistico: si tende a preferire il figlio che assomiglia più al genitore, quello con lo stesso carattere, con gli stessi occhi e gli stessi capelli, il ‘bambino specchio’ che soddisfa il desiderio (o meglio, utopia) di immortalità. Oppure le preferenze sono per il bambino più ‘facile’, ossia quello che va bene a scuola, più bravo nello sport, nelle relazioni, quello che soddisfa i desideri di mamma e papà e che soprattutto li fa sentire dei ‘bravi genitori’.

 


Le due autrici sottolineano come preferire un figlio, allo stesso modo di discriminarlo, non equivale a fargli un favore. Il prediletto, infatti, sarà senza dubbio più sicuro di sé, potrà contare su una discreta autostima, rivelarsi più esperto e affidabile, ma allo stesso tempo sarà oggetto della gelosia di fratelli e sorelle, soffrirà di sensi di colpa e da adulto probabilmente farà più fatica a costruirsi una propria strada ben lontana dall’amore dei suoi genitori.
Il libro non auspica un ritorno al passato, naturalmente, ma invita i genitori ad ammettere una predilezione e ad accettarla come fenomeno assolutamente naturale. Accettare la realtà della preferenza per un figlio o una figlia potrebbe aiutare anche a ridurre i danni sugli stessi figli, sia sul ‘prediletto’ che sull’altro. Gli involontari segnali relativamente alla preferenza passano comunque ai figli, sia attraverso il piano verbale che quello non verbale. Negarli a se stessi e ai propri figli non aiuta nessuno, prenderne atto e soprattutto provare ad accettarli può, forse, placare i sensi di colpa di un genitore e di conseguenza far crescere più serenamente i figli.

 

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