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Psico Ricerca

L'abito (non) fa il monaco

Dott.ssa Silvia Ferretti 

 

Quante volte ci è venuto spontaneo fare un commento su una persona conosciuta anche da poco tempo con modi di dire quali “la prima impressione è quella che conta”, che spesso ci appare una frase banale e riduttiva. Oppure ci sarà sicuramente capitato di incontrare una persona e trovarla inizialmente piacevole e simpatica, e successivamente volerla a tutti i costi “vedere” anche intelligente, creativa, sincera ecc… Ebbene, pare proprio che la prima impressione che ci formiamo su una persona o una situazione sia davvero quella che conta.

 


I primi studi in merito risalgono al 1946 e sono opera dello psicologo sociale Solomon E. Asch il quale dimostrò, attraverso una serie di esperimenti, che le prime impressioni che si ricevono influenzano le successive. Recentemente anche il dottor Nicholas Rule, dell’Università di psicologia di Toronto, ha pubblicato degli studi che confermano la forza della prima impressione, potente al punto di rendere piuttosto difficile un successivo cambio di opinione.
Sembra che il nostro cervello impieghi pochissimi secondi per etichettare una persona e decidere, “a pelle”, se è competente, affidabile, simpatica oppure il contrario. Tali dinamiche avvengono in tutte le nostre relazioni, sia professionali che private. Pensiamo ad un incontro di lavoro, al peso che diamo al voler fare a tutti costi una “buona impressione” già nei primi secondi di un colloquio ad esempio, e magari studiamo un abbigliamento che possa essere “strategico”, o ci poniamo in un determinato modo, stiamo attenti ai nostri gesti. Oppure pensiamo al primo incontro “galante”, curiamo il nostro aspetto in modo “mirato”, poniamo attenzione ai gesti dell’altro, ai suoi movimenti, agli sguardi…

 


In pratica, di fronte a un estraneo, la nostra mente raccoglie in pochissimo tempo tutte le informazioni che l’altro gli trasmette e si forma un’immagine, una sorta di fotografia che rimane in memoria. Le valutazioni che si fanno sugli altri, si basano, come accennato poco prima, non tanto sulle parole che si utilizzano ma, soprattutto, sulla comunicazione non verbale (postura, tono della voce, gesti, sguardi, abbigliamento, mimica facciale, ecc.). Questa nostra capacità di giudizio spesso ci aiuta a prendere decisioni spontanee che possono fare la differenza.
Pare che per la formazione della prima impressione valga la regola del 4 per 10: secondo questa regola la prima impressione si formerebbe nei primi 10 secondi, dai primi 10 passi, dalle prime 10 parole, dai primi 10 centimetri del viso. Al telefono basterebbero 45 secondi. Negli incontri vis a vis servirebbero circa 4 minuti. In questo brevissimo lasso di tempo, tendiamo a cogliere e a giudicare i primi aspetti maggiormente visibili dell’altro e poi generalmente confermiamo quello che abbiamo intuito a prima vista. Se ci riflettiamo ciò è naturale e giustificabile, in quanto l’essere umano ha la tendenza a cercare conferme su ciò di cui è convinto, eliminando tutti i segnali contrari. Pensiamo a quante volte utilizziamo una serie di espressioni come “Lo sapevo!”, “Visto che era come ti dicevo?”, “Me lo sentivo, avevo ragione!”.

 


In tutto ciò non c’è nulla di sbagliato, anzi, alle volte l’istinto può essere anche un ottimo indicatore nonché saggio consigliere, però può anche essere confuso da sovrastrutture che abbiamo acquisito nel tempo e che corrispondono alla “nostra” realtà (o realtà soggettiva), e non alla realtà oggettiva.
Dovremmo tenere conto, inoltre, che non solo l’idea che ci siamo fatti di una persona in base al suo aspetto possa essere sbagliata, ma che anche l’impressione che abbiamo fatto noi in un’altra persona potrebbe essere altrettanto sbagliata. Dunque, cerchiamo di fare buon uso delle nostre prime impressioni, altrimenti, invece di esserci di aiuto, ci limitano e non ci fanno essere obiettivi.

 

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