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Psico Ricerca

Consulenza con gli adolescenti

 

Dott.ssa Giorgia Aloisio

 

In questi anni mi sono spessa trovata a lavorare con adolescenti e la riflessione unita al confronto con le mie colleghe mi hanno portato ad alcune considerazioni che vorrei condividere con i lettori del blog. Si tratta di riflessioni su dinamiche che tornano a ripetersi quando a chiedere la consulenza è l’adolescente … o meglio la ‘famiglia adolescente’.

L’adolescenza (11-21 anni circa, per tenerci larghi), come tutti ricorderemo, è l’età del cambiamento: l’individuo non è più bambino ma non è ancora adulto, sta crescendo (dal latino, adolesco), sta cioè passando dall’infanzia all’età adulta. Si tratta quindi di un periodo transitorio, durante il quale numerose sono le trasformazioni che la persona deve fronteggiare (fisiche, psichiche, sociali …) e molte sono le ambivalenze e le contraddittorietà che si trova a vivere: si tratta, comunque, di una confusione temporanea e fisiologica. Quello che non è fisiologico è il modo di reagire di alcune famiglie che troppo spesso, in queste fasi di vita dei figli, sembrano funzionare proprio in modo ‘adolescenziale’: i genitori dell’adolescente che chiede una consulenza, infatti, si trovano a comportarsi in modalità più proprie di un adolescente che di un adulto maturo, genitore, punto di riferimento del figlio. Proviamo a comprendere meglio queste pericolose dinamiche quando arrivano in consulenza individui di questa fascia d’età.

 

Immagine di Andrea Dezsö.

 

Solitamente, primo segnale di un approccio sbagliato alla psicoterapia è che la richiesta arriva telefonicamente da uno dei due genitori e non dalla persona direttamente interessata: ‘Pronto, dottoressa? Mia figlia ha bisogno di fissare un colloquio con lei …’. A sentire le ragioni di chi telefona, il ragazzo/la ragazza ha deciso spontaneamente di farsi aiutare, ma il dubbio viene sempre: se è l’adolescente a voler fissare una consulenza, come mai chiama il padre/la madre? Eppure una telefonata non dovrebbe costare molto in termini psicologici, sempre che si sia realmente interessati ad un confronto con uno specialista della psiche. Anche quando si chiede al chiamante di farsi contattare dal figlio/dalla figlia, si percepiscono rifiuti e resistenze più o meno netti. Già in fase di richiesta, quindi, notiamo questo strano ‘scambio di persone’, questo sostituirsi dei genitori con i figli, una sorta di confusione tra i due, tant’è che a volte viene spontaneo chiedersi (al telefono e durante le sedute) quale sia il paziente, se il genitore o il ragazzo.

 


In occasione del primo colloquio, osserviamo anche altre interessanti dinamiche: all’appuntamento fissato per il giovane paziente, spesso si presentano – a nostra insaputa – uno o entrambi i genitori. Come mai questa comparsa ‘a sorpresa’, quando l’appuntamento era stato concordato per una sola persona? Desiderio di controllo? Scarsa fiducia nello specialista, che però è stato scelto e contattato dallo stesso genitore? Lo psicoterapeuta prova un misto di confusione e rabbia di fronte a questi comportamenti, e vive in modo diretto la contraddittorietà della comunicazione. Anche qui il dubbio sull'identita' del paziente torna a fare capolino: il paziente è la sig.ra X o suo figlio?
Infine, in numerosi casi, dopo i primi colloqui, addirittura a volte subito dopo il primo colloquio, è lo stesso genitore a ricontattarci per comunicarci che il figlio o la figlia non continueranno il percorso. Anche qui ci si staglia nella mente una domanda semplice ma alquanto logica: se il ragazzo desiderava così tanto intraprendere un percorso e il genitore ne è stato il portavoce, come si può spiegare questa rapidissima ‘ritirata’? Cosa è accaduto? Possibile che il problema sia sempre che non era il/la psicoterapeuta giusto/a? Sarebbe il caso di domandare alla famiglia quali fossero le loro aspettative in merito alla consulenza; purtroppo, però, non sempre è possibile e i pazienti scompaiono spesso senza lasciar traccia. Nei casi peggiori, poi, i membri della famiglia si rifiutano di riconoscere il compenso pattuito inizialmente e non saldano i colloqui effettuati.

In altri casi, ancora, registriamo una netta invasione nello spazio terapeutico del paziente: il padre o la madre, in seguito alle sedute del ragazzo, hanno letteralmente bombardato di domande il paziente, entrando a gamba tesa in uno spazio che dovrebbe rimanere riservato e personale.

Le tendenze genitoriali possono quindi essere due, opposte, ma di eguale gravità: quella di “tagliare” fuori lo psicoterapeuta, subito, perché percepito come una minaccia, oppure quella di invadere lo spazio della terapia, perché all'adolescente non sia consentito di vivere un confronto profondo ed intimo con soggetti al di fuori delle figure genitoriali. In entrambe le situazioni, osserviamo una forte contraddittorietà nell’atteggiamento dei genitori.

 

 

L’adolescente vive un momentaneo periodo di cambiamento e transizione durante il quale, a volte si sente ‘piccolo’, altre volte pretende di essere trattato da ‘grande’: è indispensabile che la famiglia non segua queste oscillazioni ma che intraprenda una strada netta nella quale il figlio o la figlia vengano trattati in modo univoco (e si spera che vengano trattati da adulti, non più da bambini!), permettendo così alla prole di recidere i legami infantili e costruirne di nuovi, più funzionali e adattativi. Per intenderci, se è davvero la ragazza a voler intraprendere un percorso psicoterapeutico, è lei che deve diventare la vera attrice sulla scena e telefonare al terapeuta, è lei che si deve occupare di consegnare il compenso allo specialista, ed è sempre lei che, se dovesse decidere di interrompere la consulenza o la psicoterapia, deve trovare il modo e le parole per comunicare in prima persona questo desiderio, senza farsi schermare dalle ali protettrici ma distruttive delle figure genitoriali che, così facendo, assecondano un percorso di involuzione della personalità dei figli. Se ogni volta che un bambino cade i genitori lo rimettono in piedi con le loro braccia, quando mai imparerà a crescere, a sollevarsi con le proprie forze da terra, insomma a camminare? Probabilmente non lo farà mai: penserà che ci saranno sempre la mamma o il papà disposti a farlo al posto suo e quando scoprirà l’amara verità anche i più piccoli sforzi sembreranno un incubo.
Se i genitori si prestano a questi ‘scambi di persona’ e trattano i figli a volte come adulti, altre volte come se fossero pulcini indifesi, si comportano in modo contraddittorio proprio come gli adolescenti: e questo, certo, non ce lo aspetteremmo da persone adulte o che si riterrebbero tali e che dovrebbero fungere da ‘oggetto costante’ nelle mille fluttuazioni della vita adolescenziale. Le contraddizioni, le dicotomie, le ambivalenze, i cambi repentini d’idea sono tipici dell’età adolescenziale, non devono esserlo di una persona adulta!

 

Immagine di David Hockney.

 

A pensarci, sorge anche un’altra domanda: come mai i genitori degli adolescenti a volte si comportano come adolescenti? Nulla accade per caso, per seguire la logica deterministica tipica del pensiero di Sigmund Freud.
In parte, l’omologazione dei genitori al ritmo contraddittorio e biunivoco dell’età adolescenziale dipende dalla ‘crisi di mezza età’ che la madre e il padre si ritrovano a vivere e che non sono in grado di ammettere a loro stessi: tra i 45 e i 55 anni di età avvengono alcuni cambiamenti che segnano gli individui e le coppie nello specifico (come la menopausa, che può far sentire una donna in qualche modo svalorizzata o con un’identità femminile parzialmente limitata) e quando la propria adolescenza non è stata superata in modo sano, i genitori, invece di fungere da àncora, rischiano di farsi travolgere dai profondi cambiamenti dei figli (pensiamo allo stravolgimento ormonale, tipico di questa età).
Inoltre, l’inserimento, nella vita degli adolescenti, della figura di una/un terapeuta, se da un lato può rassicurare i genitori che si sentono sostenuti nel loro ruolo di guida e di interpreti dei loro figli, dall’altro può configurarsi come una sorta di nuovo punto di riferimento che, nella fantasia di alcuni genitori, potrebbe anche 'giocare brutti tiri' e coalizzarsi contro di loro, squalificandoli nel ruolo di punto di riferimento (tenuto conto che, in molti casi, parliamo di genitori appunto poco “capaci” di essere tali). Inoltre, lo/la psicoterapeuta viene a conoscenza di tante ‘scomode verità’ che riguardano la famiglia in toto, inclusi, naturalmente una serie di inconfessabili, imbarazzanti, spiacevoli ‘segreti di famiglia’ riferibili ai medesimi genitori o ad altri familiari: non serve arrivare fino a orribili segreti legati ad abusi o molestie sessuali, alla violenza domestica, spesso basta semplicemente la paura che attraverso la psicoterapia l'adolescente arrivi a scoprire certe bugie che a volte la famiglia, soprattutto laddove essa sia patologica, aveva inculcato nella sua mente. Si tratta quindi di un perverso gioco paranoideo in cui si perde di vista la realtà e nel quale i fantasmi e le paure dei genitori diventano persecutori esterni più reali della realtà. In questo modo, la figura del terapeuta, da supporto che doveva essere, rischia di trasformarsi in acerrimo nemico del quale bisogna sbarazzarsi al più presto; ed è quindi a causa di questo genere di dinamiche che la famiglia sceglie di recidere il rapporto terapeutico, a volte senza nemmeno dare spiegazioni sulle decisioni prese. Lo specialista viene usato e gettato via, come fosse un oggetto che da prezioso si trasforma in ingombrante e pernicioso. Le aspettative nutrite verso la psicoterapia oscillano tra due estremi nettamente contrapposti: da un lato un’iniziale intensa idealizzazione, dall’altro una successiva profonda svalutazione.
Tra le altre cose, ha un forte peso su tutta la faccenda il modo nel quale i genitori si sono separati dalla loro famiglia d’origine: è anche possibile, a volte, che i genitori non si siano mai svincolati dai loro stessi genitori, nonostante le venerande età di tutti i membri della famiglia. In questi casi, ancor più che in altri, il processo di separazione dai figli diventa una sorta di ‘selva’ piena di rischiosissimi pericoli e può succedere che si preferisca restare in rapporto simbiotico con la prole, per evitare la sensazione di ‘perderla per sempre’. D’altronde, chi non si è mai realmente separato dalle figure di attaccamento, non sarà in grado di facilitare o incoraggiare lo stesso processo nei confronti dei propri figli.

 

 

Il problema, infine, non si pone allo psicoterapeuta, che potrà comunque continuare la propria vita e il proprio lavoro dormendo sonni sereni: il dramma riguarda in toto i giovani pazienti, perché in questi casi il naturale processo di emancipazione dell’individuo rischia di essere seriamente compromesso … in alcuni casi di non realizzarsi mai. Ciò produce solitamente individui che, in tempi più o meni recenti, sono stati definiti ‘mammoni’, ‘bamboccioni’ (come li defini' il ministro Padoa Schioppa nel 2007), ‘eterni bambinoni’, insomma individui anagraficamente adulti ma a livello psicologico ancora fortemente dipendenti dalla famiglia sotto molti punti di vista: affettivo (si tratta di soggetti incapaci di stabilire relazioni durature all'esterno della famiglia), lavorativo (non sono occupati in alcun tipo di attività, sono degli eterni studenti), sociale (vivono un’intensa inibizione nella relazione con l’altro che non gli permette di creare relazioni interpersonali di un certo spessore).
Come dire: la psicoterapia scompare dall’orizzonte, ma i problemi permangono immutati, intonsi e tornano a galla appena possibile. La spazzatura scompare dalla nostra visuale se la nascondiamo sotto al tappeto, ma ricordiamo che è tutta una finzione, prima o poi il nascondimento verrà alla luce e dovremo fare i conti con quegli scarti sempre presenti nelle nostre vite.

 

 La locandina del film 'Tanguy' (2001) 

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