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Psico Attualità

La meritocrazia degli affetti.

 

Dott.ssa Giorgia Aloisio

 

 

 

Non credo di sostenere un’aporia: la meritocrazia è uno dei punti deboli di questo nostro bel paese. Senza crollare nel vittimismo e nella deresponsabilizzazione (dei quali abbiamo trattato in QUESTO POST), sarà capitato un po’ a tutti ‘noi normali’ che non hanno mai ricevuto o accettato raccomandazioni, di non superare un concorso o non rientrare in una selezione professionale in quanto quello che ci aspettavamo era un posto ‘riservato ad altri’. Pur molto preparati, attenti e cognitivamente ben equipaggiati dal nostro bagaglio genetico, non sempre riusciamo ad ottenere i favori e gli spazi che ci saremmo attesi: questo è molto ingiusto e ognuno di noi reagisce a questo tipo di iniquità nella modalità più consona al proprio carattere e più sperimentata nella propria esistenza. Ma c’è un ambito nel quale la meritocrazia sbaraglia tutto e tutti, vincendo sempre: il mondo dell’affettivita'.

Puoi voler bene al tuo datore di lavoro perché è persona tanto cara e affidabile, ma in fondo sei debitrice nei suoi confronti in quanto ti permette di portare a casa uno stipendio, di far parte di un team lavorativo, di avere una collocazione in questo mondo: c’è un vincolo che ti lega, che ti incatena a questo rapporto. Non si tratta, in questo caso, di un bene realmente disinteressato, che è invece quello che si prova per le persone più care. Questo è il miracolo degli affetti: e gli affetti generano una impareggiabile meritocrazia.

 


Il miracolo degli affetti si compie di continuo, sotto i nostri occhi ma quasi senza che noi ce ne possiamo accorgere: vogliamo bene ad un fratello, ad un genitore, ad un figlio, ad un’amica, ad un criceto e questo ci basta per essere felici e sentirci interiormente ricchi, pieni, saziati. Questo affetto si trasmette all’altro e ritorna ricco e appagante a noi.
Il bene degli altri ce lo guadagniamo NON perché abbiamo qualcosa o siamo qualcuno (ricchezza, avvenenza, fortuna, scaltrezza, intelligenza, raccomandazione), ma per quello che siamo interiormente, per ciò che di impalpabile ma impagabile sappiamo trasmettere in modalità gratuita ed autentica. Nella nostra società, tutta fatta di accumulo e consumo, abbiamo quasi perso contatto con questa dimensione emozionale e siamo abituati a liquidare ciò che non ci garba con un semplice ‘next, please!’ ... Quando una persona sconosciuta fa un gesto gentile e generoso nei nostri riguardi, la guardiamo con non poca diffidenza, oppure pensiamo gli manchi qualche rotella. Ma perché?

 


Vogliamo bene all’altro perché sentiamo che siamo importanti per lui o lei, percepiamo un certo inspiegabile legame eppure tanto intenso e vero, come se fosse un fluido trasparente che si trasmette da una parte all’altra della relazione; sappiamo che chi ci ama tiene a sapere cosa ci accade non per curiosità ma perché desidera realmente che ci accadano cose buone. E poi quel senso di libertà che permea i legami affettivi … qualcosa di veramente unico e ben identificabile: una sensazione che ritroviamo anche nell’adagio agostiniano ‘Ama e fa’ ciò che vuoi’.

 


Se osserviamo le persone intorno a noi, non serve scomodare Freud per avere conferma di questo fenomeno: a volte crediamo che individui sommersi da mille relazioni siano persone amate, mentre uno sguardo più accorto ci svela che nella vita privata questi soggetti si ritrovano solo terra bruciata intorno e nemmeno un’anima che abbia il piacere di fargli anche solo compagnia. E’ proprio nel mondo dell’affettivita' che chi ha ben seminato può godere di un ricco raccolto; chi invece ha badato ad usare l’altro attraversandolo come se fosse trasparente, sfruttandolo come fosse un oggetto da consumare, chi ‘si svuota’ sull’altro vomitandogli addosso se stesso e per poi disinteressarsi delle faccende del resto del mondo, per fortuna ne paga le conseguenze. Questa sì che è meritocrazia! Quindi, ricapitolando: se ci affacciamo dalla nostra microscopica, invisibile monade e intorno a noi scopriamo il deserto dei Tartari, direi che qualche ragione deve pur esserci. Facciamoci qualche domanda, non potrà che farci bene!

 

 

Immanuel Kant, nella Fondazione della metafisica dei costumi (1785) suggeriva di agire in modo da trattare l'umanità, sia nella propria persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.
Più prosaicamente, nel 1964 i Beatles cantavano: “I don’t care too much for money / for money can’t buy me love – Non mi curo molto dei soldi / perché il denaro non può comprarmi l’amore”. Un adagio sempre attuale: non dimentichiamolo mai!

 

 

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