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Psico Attualità

Dacci oggi il nostro ‘politically correct’ quotidiano.

 

Dott.ssa Giorgia Aloisio

 

 

 

Quando tempo fa, dopo una pausa di qualche anno, sono tornata a lavorare a scuola, un giorno ho scoperto l’esistenza di una nuova figura professionale: il cosiddetto ‘collaboratore scolastico’. Mai sentito nominare, prima di allora …e questo era un po’ un peccato, perché quando una docente mi chiese di andarglielo a chiamare, io non sapevo proprio che pesci prendere. Dichiarare apertamente la mia imbarazzante ignoranza e chiedere: ‘Scusa, ma … chi sarebbe il collaboratore scolastico??’ sarebbe stato poco professionale e un po’ puerile; tornare in classe accompagnata dal collega sbagliato, però, lo sarebbe stato forse anche di più. Così mi feci coraggio e domandai: e feci questa epocale scoperta … il cosiddetto ‘collaboratore scolastico’ altro non è che … (squillino le trombe) … il bidello. Già, il bidello, proprio lui (o la bidella, se preferite). Ma perché la bidella aveva improvvisamente e inspiegabilmente cambiato nome? Quello vecchio non andava più bene? No, evidentemente no, che sciocche domande. A pensarci bene, tra queste due denominazioni qualche differenza c’era, ed era una diversità a livello ‘acustico’, per cui chiamare ‘bidello’ colui il quale si era ormai palesato come un ‘collaboratore scolastico’ non era più fattibile, anzi, era già diventato inaccettabile. ‘Bidello’ suonava ormai come un insulto, una burletta, un’ingiuria: e pensare a quante volte la professoressa di Lettere, ai miei tempi, aveva ‘insultato’ Lucia, la collaboratrice scolastica, appellandola ‘bidella’. Mah! Se ci ripenso … mi sento confusa.

La stessa bizzarra situazione è avvenuta, sempre in ambito scolastico, con il termine ‘preside’, che ormai non esiste più: nelle scuole italiane chi ha in mano la direzione è il ‘dirigente scolastico’ (che fa un po’ pensare ad un ‘dirigibile’ o all'apparato 'digerente' …). Chissà perché, anche in questo caso, ‘preside’ era diventato un termine scomodo.
Da anni ormai, invece, siamo abituati a parlare di ‘operatore ecologico’ e non di ‘spazzino’: per carità, chi mai si permetterebbe … E non pensate allo spazzacamini di ‘Mary Poppins’: quello era un’altra storia. O forse no.

 

L'indimenticabile Dick Van Dyke nei panni dell'operatore ... caminologico.

  

Le persone con disabilita' si devono chiamare ‘persone diversamente abili’ perché certo, non è che non sono in grado di fare proprio niente, qualche altra ‘diversa’ abilità ce la dovranno avere, da qualche parte: ma non sentite puzza di ipocrisia, in tutto questo? Io questo ‘politically correct’ lo contesto, ma forse si era già capito. Questa espressione anglosassone, come ci dice la Treccani, «designa un orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti, nel quale cioè si evita ogni potenziale offesa verso determinate categorie di persone».
Quindi stiamo dicendo che, fino a ieri, abbiamo insultato Lucia, Piero, Filomena, Giacomo eccetera, chiamandoli ‘spazzino’, ‘preside’, e compagnia bella. Oggi, invece, basta poco, solo una nuova etichetta e … oplà! il gioco è fatto, la svalutazione verbale scompare come per magia, come la macchia con la candeggina. Io ho qualche dubbio su tutta la faccenda e trovo ridicolo questo timore di poter ferire non si sa bene chi, non si sa bene come e non si sa bene perché. Non è peggio parlare di ‘diversamente abili’? Personalmente ci trovo un retrogusto buonista e ipocrita che appartiene a molti ma non a me.

 

 

Ricordo con tenerezza un racconto che mi aveva entusiasmata e che avevo letto lustri fa sul mio sussidiario: ho dimenticato il titolo, ma era la storia di un uomo che si divertiva a cambiare i nomi a cose e persone. Così la ‘scrivania’ non era più scrivania, il letto diventava qualcos’altro, la cameriera non era più tale. Quell’originale modo di cambiare le regole dei giochi pareva geniale anche a me: eppure alla fine l’omino in questione finiva ricoverato al manicomio (no!! Ora si deve chiamarlo ‘ospedale psichiatrico’) perché parlava in un modo non condiviso e nessuno lo capiva più: ogni comunicazione con lui era diventata tragicamente impossibile.
Non sia mai che, a cambiare etichette a nomi, cose, persone e situazioni, un giorno dovessimo trovarci a non comprenderci più: o peggio ancora, a scoprire che le discriminazioni e la mancanza di rispetto possono essere trasmessi anche solo con uno sguardo, senza troppe parole.

 

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