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Psico Attualità

Cutting, una nuova epidemia ...

 

Dott.ssa Alessandra Paladino

 

Da anni ormai lavoro con gli adolescenti e ricordo ancora quando al mio primo incarico come psicologa in una scuola, mi imbattei per la prima volta in una ragazza 'cutter'. Alle mie domande sul perché di quel comportamento lei mi rispose: “perché così almeno sento di esistere!”. Le sue parole mi impressionarono molto e non per la mia poca esperienza, bensì per il valore “salvifico” che quel comportamento autolesivo rappresentava per lei. 

 

 

Il cutting consiste nel tagliarsi la pelle, di diverse parti del corpo, con lamette o qualsiasi altro oggetto affilato come forbici, coltelli, aghi, fermagli, chiodi e pezzi di vetro. È una forma di autolesionismo attuata in modo deliberato (coscientemente o meno) e ripetitivo che nella maggior parte dei casi non comporta la volontà di uccidersi. Questa condotta implica un’incapacità a resistere ad un impulso, una crescente tensione che precede il passaggio all’atto ed una gratificazione/sollievo che segue l’agito autolesivo. Per queste caratteristiche rientra nei disturbi del controllo degli impulsi, dunque nelle problematiche dell’ acting-out. 

Da recenti ricerche condotte su casistiche cliniche, emerge che questo fenomeno è in forte crescita: non solo si sta diffondendo sempre più tra gli adolescenti ma inizia ad interessare con maggiore frequenza anche la fascia dei più piccoli a partire dagli 11 anni, soprattutto di sesso femminile.

 

 

 I motivi per cui si ricorre al cutting possono essere vari ma fondamentalmente le ferite inflitte al corpo diventano un mezzo per mettere a tacere (se pur per brevissimo tempo) una dilagante sofferenza psicologica. Il taglio, il dolore fisico, il sangue, permettono a molti ragazzi di contrastare la disperazione, la tristezza, la solitudine, la rabbia, il vuoto interiore. Dunque, tagliarsi come anche bruciarsi con le sigarette (burning), marchiarsi a fuoco la pelle con un ferro rovente (branding) o grattarsi sino a sanguinare, sono condotte che permettono al ragazzo di affermare la loro esistenza e l’indipendenza da quel mondo interno, di così difficile comprensione, che crea tanta paura e tanto dolore. Insomma, attraverso la pelle, luogo di contatto tra l’apparato psichico e l’apparato fisico, il corpo diventa il terreno di battaglia delle tensioni interne e il luogo in cui imprimere i segni dei conflitti evolutivi, della propria sofferenza e della difficoltà a gestire gli innumerevoli cambiamenti psichici e fisici di questa delicatissima fase della vita. In questa prospettiva il dolore fisico finisce per essere più sopportabile di quello psicologico, producendo un sollievo emotivo immediato.

 

 

Tali condotte si presentano di frequente in comorbidità con altre patologie quali disturbi alimentari, depressione e abuso di sostanze psicotrope. Tutti questi sono indici di un malessere diffuso e radicato che in alcuni casi sono “solo” l’espressione della criticità dell’adolescenza e della difficoltà a fronteggiare questa delicata fase ma che in altri casi rappresentano i preludi della strutturazione di un vero e proprio disturbo di personalità o comunque di un comportamento psicopatologico. In entrambi i casi è auspicabile intervenire con una terapia psicologica così da limitarne le conseguenze.

 

 

 

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