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Psico Attualità

Gaza, uno sterminio di responsabilità mondiale.

 

Dott.ssa Alessandra Paladino

 

 

Sono ormai giorni che a Gaza i raid dell’offensiva israeliana provocano stragi e il massacro continua senza tregua. Sotto il frastornante rumore dei bombardamenti israeliani, le madri vedono morire i propri figli e i bambini sopravvissuti, ancora troppo piccoli, devono fare i conti con questa carneficina senza riuscire a comprenderne il perché. Il popolo palestinese è costretto a lasciare le proprie case e a rifugiarsi in ripari attrezzati alla meno peggio da quei pochi aiuti umanitari che riescono ad arrivare. Ecco cosa succede mentre noi stiamo comodamente seduti a casa nostra, mentre chiacchieriamo con gli amici o intanto che decidiamo dove andare in vacanza.

 

 

Tutto questo è un vero orrore, un crimine mondiale! È raccapricciante che la nostra società, oggi, nel 2014, sia ancora capace di restare a guardare mentre si agisce uno sterminio simile. Gli interessi politici ed economici non dovrebbero mai prendere il sopravvento sulle questioni umanitarie e non dovrebbero consentire stragi di questa portata: la coscienza umana dovrebbe spingerci ad agire affinché questo massacro abbia fine. Ognuno di noi, nel proprio piccolo, è tenuto a darsi da fare per evitare che l’offensiva israeliana continui indisturbata a mietere vittime palestinesi.
Che messaggio lanciamo ai nostri figli? Come faremo a spiegare loro che siamo capaci di proteggerli e di difendere i loro bisogni e i loro diritti se poi stiamo immobili di fronte allo sterminio dei loro coetanei palestinesi? Con quale coraggio possiamo invitarli al rispetto dell’altro se noi adulti in primis calpestiamo il valore umano e la dignità delle persone solo perché di un’altra terra e di un altro popolo? 

 

Il popolo palestinese vive ormai costantemente, e da lungo tempo, la “prepotente presenza” di Israele: le incursioni e i bombardamenti rappresentano solo il culmine, violento e aggressivo, della sopraffazione israeliana. Dunque, la popolazione gazawi deve fare i conti quotidianamente con il “fantasma israeliano” onde evitare di restarne sopraffatto. Come può questo popolo procedere verso quella coscienza collettiva e individuale necessaria allo sviluppo dell’identità personale e alla costruzione di un Io sano e compatto? Come possono i bambini palestinesi evolvere verso una struttura di personalità solida, verso un Sé stabile e sviluppare le abilità di problem solving e di coping necessari a far fronte ad una situazione traumatica come la guerra? Ai bambini gazawi è negata una “normale” qualità di vita, sono loro negati i diritti di base, come quello di frequentare la scuola e di giocare in una condizione di serenità emotiva interiore ed esterna; sono loro negate le adeguate cure fisiche e psichiche: diverse strutture sanitarie sono state danneggiate e Medici senza Frontiere fa fatica a tamponare la criticità di questa situazione. Insomma, il loro destino è purtroppo segnato da tutto questo, in più la violenza e l’aggressività dei vissuti bellici quotidiani e l’irruenza del trauma guerra superano di gran lunga le difese personali innescando inevitabilmente quei fenomeni psichici che rientrano nello spettro dei disturbi post-traumatici. È infatti frequente notare in questi bambini paura, orrore e un forte senso di impotenza. Nei casi più estremi si assiste ad uno stato di shock, di dissociazione, di confusione totale, di disorganizzazione della personalità accompagnato da un black-out delle emozioni: una vera e propria paralisi emozionale e affettiva. Come società siamo co-responsabili di tutto questo!

 

@ Kamala Kannan

 

Ricordo ancora l’espressione di terrore negli occhi di alcuni bambini palestinesi in visita in Italia un po’ di anni fa: eravamo a Villa Pamphilj, in un clima di festa e divertimento. L’area della villa che avevamo occupato era attrezzata di palloncini, pennarelli, cartelloni, giocattoli, insomma tutto ciò di cui i bambini hanno bisogno per divertirsi. Bambini italiani e palestinesi interagivano tra di loro nonostante la differenza linguistica ma ad un tratto il dramma: scoppia un palloncino. I bambini palestinesi si immobilizzarono, come pietrificati, il terrore si impadronì dei loro corpicini, i loro occhi si riempirono di paura e iniziarono a guardarsi intorno con sospetto. Allora ero ancora una studentessa di psicologia e non padroneggiavo la clinica ma notai subito la reazione angosciante di quei bambini e ne fui profondamente colpita. Era bastato il banale scoppio di un palloncino per risvegliare nella loro memoria l’orrore della guerra, così consolidato nella loro menti e nei loro cuori. Dunque: quale trauma si portavano dentro quelle piccole creature?!!! Confrontandomi con gli operatori che accompagnavano quei bambini scoprii una realtà umana e psichica completamente diversa. Uno degli operatori mi raccontò con quale fatica avevano dovuto spiegare (senza molti risultati) a quei bambini che il casello autostradale era solo un luogo in cui fermarsi per pagare il pedaggio. Il loro aereo era atterrato a Milano e poi, con un pulmino, si erano spostati in diverse città italiane: ad ogni casello autostradale i bambini si rannicchiavano sotto il sedile aspettando di superarlo per poter riprendere i loro posti: erano terrorizzati, nel loro immaginario pensavano fossero dei check-point.

E questi sono solo alcuni esempi del terribile bagaglio emotivo dei bambini vittime di guerra.
Anthony Lake, il Direttore Generale dell’Unicef, ha dichiarato: “i bambini stanno pagando il prezzo della spirale di violenza a Gaza e in Israele” ma forse, in questo caso, sarebbe più legittimo dire che i bambini di Gaza stanno scontando, e continueranno a pagare, le pene di questo massacro.
L’ONU, dopo 10 giorni di bombardamenti, è riuscita ad ottenere una tregua umanitaria di cinque ore ma questo non è sufficiente, urge non una tregua ma la fine di questo strazio.
È vero, non siamo onnipotenti e non abbiamo il potere di salvare il mondo da ogni male ma possiamo provare ad intervenire per evitare che questo conflitto continui a stroncare altre vite e a lasciare nei superstiti il segno indelebile dell’atrocità della guerra.

 

 

 

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