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Psico Attualità

Dipendenza da gioco d’azzardo: quando la vita diventa un gioco pericoloso.

 Dott.ssa Giorgia Aloisio

 

Sul vagone di una metropolitana, una donna anziana dagli occhiali spessi e pesanti, scruta con stupore un pezzetto di carta sgualcito che tiene fra le dita e continua a domandarsi come mai abbia perso anche questa volta la sua sfida con la sorte. 

Sul medesimo vagone, una ragazza, agitata, urla al cellulare: non riesce a comprendere come mai suo fratello, che reputa un uomo intelligente, non riesca a smettere di scommettere soldi ai cavalli.

Quanti di noi si sono accorti, negli ultimi anni, del numero spropositato di persone, giovani e meno giovani, intente a ‘grattare’ quasi senza fine fuori dalle tabaccherie? Quanti ‘Gratta e vinci’ vediamo svolazzare sulle nostre strade cittadine, usurati e abbandonati alla loro sorte?

 

 

Una volta entrati nel gioco d’azzardo patologico non è semplice fuoriuscire dalle sue ‘spire’: il gioco compulsivo è una vera e propria dipendenza, così come lo sono le dipendenze da sostanze stupefacenti, tabacco, alcool, shopping, come anche le dipendenze affettive (consulta il nostro articolo dedicato a questo tema al seguente link). L’impulso a giocare, a scommettere soldi nella speranza mai sopita di vincere è irresistibile nello stesso modo in cui la ragazza anoressica non riesce ad evitare di controllare il cibo che ha nel piatto o l’uomo bulimico non può fare a meno di aprire il frigo e svuotarlo di ogni cosa che possa essere ‘messa sotto ai denti’. Si tratta di un vero e proprio impulso ingestibile e chi ne soffre di solito lo definisce proprio in questi termini. Come nasce la dipendenza da gioco? Quali sono le cause?

 

 

Non è facile tracciare una netta linea di demarcazione tra gioco ‘sano’ e gioco ‘patologico’. Il gioco, infatti, nella storia dell’evoluzione umana, si configura come una ‘vera e propria forma di cultura’ (Caretti e Lingiardi, 2005), somiglia a una specie di ‘oasi della gioia’ come sostiene il filosofo Eugen Fink e, quando inteso in senso equilibrato, creativo e non compulsivo, rappresenta un elemento salutare nella vita di una persona. Nemmeno il gioco d’azzardo rientra regolarmente nella categoria del patologico, qualora venga praticato in maniera saltuaria e con libertà.

Il gioco d’azzardo non è un’invenzione moderna: ha origini molto antiche che risalgono intorno al 2300 a.C. (Cina) ed era ampiamente praticato anche nell’antica Roma. Nel 1866 Dostoevskij pubblicò il celebre romanzo intitolato 'Il giocatore': da grande scommettitore qual era, lo scrittore conosceva bene il meccanismo della rovinosa compulsione che più volte lo aveva portato quasi alla bancarotta (disperato, nel 1871, confessava tramite lettera alla moglie che aveva sperperato al gioco tutti i risparmi da lei messi da parte in anni di sacrifici). Nel 1980 l’American Psychological Association ha riconosciuto ufficialmente il gioco d’azzardo nella sua dimensione patologica e ne ha fissato i criteri scientifici per definirne la diagnosi.

 

 

 

Il gioco d’azzardo assume i connotati di ‘disturbo da dipendenza’ (secondo la nosografia del DSM-V) quando diventa l’attività e la preoccupazione centrale nell’esistenza di un individuo; inoltre, nel caso in cui il soggetto sia impossibilitato a giocare o scommettere, questo impedimento blocca la ‘scarica di adrenalina’ connessa a questa attività e ciò genera regolarmente nel giocatore compulsivo intensa rabbia e senso di frustrazione fino a comportamenti apertamente ostili e aggressivi. Inoltre, il denaro scommesso tende ad aumentare a dismisura, proprio come avviene nelle dipendenze da sostanze, nelle quali la dose iniziale si fa via via troppo ‘leggera’ e viene gradualmente aumentata dal tossicodipendente che cerca di raggiungere emozioni sempre più intense.
Il gioco d’azzardo patologico ha un’origine multifattoriale e secondo alcune tra le più accreditate teorie psicologiche, gran parte dei casi affonda le proprie radici nel sistema familiare.

 

 

Nelle famiglie con un paziente affetto da ludopatia o dipendenza da gioco, il soggetto ‘malato’ appare proprio lo scommettitore incallito: come sottolinea il collega Sartini, a ben vedere, queste costellazioni familiari tendono a presentarsi come ‘famiglie perfette’, nelle quali l’unico ‘neo’ è rappresentato dal soggetto dipendente dal gioco d’azzardo che sembra sporcare un quadretto originariamente idilliaco e roseo. Il funzionamento di queste famiglie, in realtà, è straordinariamente differente da quello che viene a manifestarsi all’esterno.

 


Il problema di un individuo, come insegnano la teoria sistemica e quella familiare, non riguarda mai esclusivamente il soggetto designato come patologico, ma coinvolge in modi assai diversificati e complessi tutto il nucleo familiare. In questi casi, chi manifesta il disagio funge da vero e proprio ‘capro espiatorio’ e questo assetto sembra lasciare intatto l’equilibrio familiare: anche se solo in apparenza.

Di solito i genitori del futuro giocatore compulsivo, sono stati eccessivamente invadenti nella vita del figlio in modo più o meno evidente, non permettendogli di realizzarsi in modo creativo e personale (ad esempio a livello professionale, sociale, culturale): si tratta, spesso, di genitori che hanno imposto il loro ménage e le loro scelte alla prole, trasmettendo loro il messaggio implicito che discostarsi dal binario da loro percorso implica pericolosita'. Le figure genitoriali, inoltre, hanno stabilito una incredibile dipendenza nei rapporti tra i membri del nucleo, elemento che, pur se irrinunciabile in questi sistemi, genera delle intense frustrazioni e criticità. Questa dipendenza è visibile agli occhi di un accorto specialista fin dal primo colloquio, nel quale insieme al paziente ‘malato’ si presentano immancabilmente anche altri membri della famiglia; in altri casi, ancora più gravi, sono i familiari che contattano lo specialista della salute mentale, al posto del loro congiunto, considerando il giocatore come il soggetto ‘da aggiustare’.

 

 

L’area del gioco, allora, viene a configurarsi come uno dei pochi, se non l’unico spazio di vera indipendenza dell’individuo: l’unica dimensione nella quale il soggetto può lasciarsi andare all’istinto e non essere sotto il controllo familiare. Naturalmente, il gioco d’azzardo è una scelta autodistruttiva e per nulla libera, che costituisce l’ennesima dipendenza del soggetto, già abituato alla dipendenza affettiva dai suoi cari.

Il gioco d’azzardo che è nato e continua a crescere nelle classiche sale da gioco o nei casinò, è illegale in Italia, mentre altri ‘giochi’ sono ammessi e addirittura incentivati dal nostro Governo, come lotto e suoi derivati (Enalotto, Superenalotto), Gratta e Vinci, schedine, scommesse sportive, slot machine (leggi il nostro post: Slot machine? No grazie). Numerose persone sono (o sono state) preda di questa condizione, anche tra i personaggi famosi: Emilio Fede, Vittorio De SicaMara Maionchi, Marco Baldini (il quale, a causa di questo grave problema, proprio recentemente ha annullato la collaborazione con Fiorello e RadioUno: leggi qui).

 

 

A tutto questo si unisce un’aggravante che si presenta anche in forma di contraddizione: questi cosiddetti ‘giochi’ sono sovvenzionati e sponsorizzati dallo Stato che, dall’altro lato, è tenuto a sobbarcarsi anche le spese mediche necessarie per affrontare i casi clinici connessi a questa pratica che, sempre più spesso, si presentano ai servizi di salute mentale.

Il gioco d’azzardo costituisce una modalità distruttiva simile alle condotte suicidarie: come lo definì André Malraux, il gioco d’azzardo è ‘un suicidio senza morte’.

 

Da 'Il giocatore' di F. Dostoevskij:

"Dite, all'infuori del giuoco, non vi occupate di nulla?"

"No, di nulla ..."

"Vi siete fatto di legno, non solo avete rinunciato alla vita, agli interessi vostri e a quelli sociali, al vostro dovere di cittadino e di uomo, agli amici vostri (eppure ne avevate), non solo avete rinunciato a qualsiasi scopo all'infuori del vincere al giuoco, ma avete rinunciato anche ai vostri ricordi [...] i vostri piu' quotidiani pensieri non vanno oltre il pair et impair, il rouge, il noir, i dodici numeri medi e così via".

  

Per ulteriori approfondimenti:

Ministero della Salute

 

Bibliografia consigliata:

Caretti V. e Lingiardi V. (2005) Le dipendenze patologiche, clinica e psicopatologia, Raffaello Cortina Editore, Milano

Dostoevskij F. (1951) Il giocatore, Oscar Mondadori
Fink E. (1957) Oasi della gioia, Edizioni 10/17, 1987
Gabbard G. O. (1994) Psichiatria psicodinamica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1995
Malraux A. (1933) La condizione umana, Tascabili Bompiani, Milano, 2001
Sartini L.: ‘Una possibile lettura della dipendenza dal gioco d’azzardo (o ludopatia)’ pubblicato su: www.psychomedia.it

 

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