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Psico Attualità

Le aspettative in psicoterapia

 

Dott.ssa Giorgia Aloisio

 

Di solito siamo noi terapeuti ad invitare i pazienti a riflettere sulle loro aspettative in merito al percorso psicologico; in molti casi, però, sarebbe essenziale che anche noi curanti ci soffermassimo su alcuni aspetti del rapporto con il paziente e sul nostro modo di condurre la psicoterapia. Il mio post è dedicato proprio a questo tema.

 

Una scena tratta dal film 'Prendimi l'anima', 2002


Le persone chiedono una consulenza psicologica e intraprendono una psicoterapia perché vivono un momento difficile: un vecchio equilibrio che prima aveva funzionato sembra ormai rotto e l’individuo che vi si trova immerso ha bisogno di aiuto per affrontare la novità.
Quando accogliamo un paziente, nei primi colloqui, gli chiediamo sempre quali siano le sue aspettative riguardo al cammino psicologico intrapreso: il punto è che anche noi psicoterapeuti dobbiamo confrontarci con le nostre aspettative e valutare se siano congrue con le potenzialità del paziente. Inoltre, non tutti i pazienti riescono o sono pronti a ‘scegliere di stare bene’. E noi terapeuti dobbiamo anche accettare le scelte non evolutive dei nostri pazienti: accettare che magari in quel momento la persona che abbiamo di fronte non abbia la forza di cambiare e preferisca rimanere ferma nella condizione iniziale. Oppure accettare che ‘stare bene’ possa significare qualcosa di diverso da come lo concepiamo noi.

 

Sigmund Freud insieme alla figlia Anna e un giovane paziente di lei


Per alcuni pazienti ‘stare bene’ significa tornare al vecchio equilibrio, anche se si trattava di una condizione poco sana o addirittura patologica; per altre persone, invece, vuol dire affrontare il cambiamento e fare i primi passi in una terra del tutto sconosciuta. Quando si parla di ‘cambiamento’, però, noi terapeuti dobbiamo stare molto attenti e renderci conto del tipo di cambiamento che il paziente è in grado di affrontare, sopportare, mettere in moto. Il punto è proprio questo, ed è ciò che più mi interessa sottolineare in questa mia riflessione.
Noi terapeuti sappiamo bene che ogni persona è unica e diversa dalle altre, ed è per questo motivo che lo specialista in psicoterapia deve essere in grado di analizzare la personalità dell’altro, soppesando con cura e attenzione le possibilità e le risorse che il paziente ha a disposizione in quel momento o che potrebbe riuscire a scoprire dentro di sé, grazie ad un mirato lavoro psicologico. Non dobbiamo mai dimenticare che ogni individuo ha dei limiti oltre i quali è difficile o anche impossibile poter andare.
Provo a fare un esempio per rendere le mie parole più comprensibili: un paziente è in un momento critico e, per stare meglio, dovrebbe procedere in una determinata direzione, lasciando la persona con cui ha una relazione ‘tossica’ e invalidante oppure affrontando un discorso delicato con un datore di lavoro. Ciò che è essenziale valutare, da parte della terapeuta è: questa specifica persona, con la sua struttura di personalità, le sue modalità difensive, le sue abitudini, il suo stile di vita e di pensiero, è nelle condizioni di effettuare questo passaggio? Può questo specifico paziente ‘fare un salto di qualità’ e scegliere di procedere verso il benessere psicologico, può davvero sperimentare un nuovo modo di vivere? È nelle condizioni di lasciare il partner, l’amante, il lavoro che non fa per lui/lei e liberarsi di quei meccanismi che generano esclusivamente malessere, per poi orientarsi verso rapporti e contesti più sani, più equilibrati? Può il paziente rimanere momentaneamente solo/a, senza appoggi, soffrendo di questa solitudine e pagandone un doloroso scotto? Inoltre, è il momento giusto per spingere questo paziente verso il cambiamento? Questo tipo di valutazione è estremamente delicata e noi curanti dobbiamo essere all’altezza di ponderare bene sui percorsi da appoggiare o da scoraggiare.

 

Sigmund Freud e la figlia Sophie


In molti casi ci troviamo davanti a scelte dei nostri pazienti che non riteniamo utili per lui o lei, vorremmo che scegliessero in modo diverso, che fossero più netti, più consapevoli, magari più coraggiosi: niente di più sbagliato! Anche noi terapeuti dobbiamo riflettere su di noi e imparare ad accogliere il paziente invitandolo a fare i passi che può fare, magari aspettando che si profili una condizione di maggiore forza, in cui il soggetto si senta sereno di poter allungare la gamba e fare quel passo che avremmo auspicato tempo prima.
In altri casi ancora, poi, se noi psicoterapeuti ci rendiamo conto di non poter continuare a lavorare con quello specifico paziente perché non riusciamo a ‘reggere’ certe scelte che consideriamo autodistruttive per il paziente stesso, se ci rendiamo conto che all’orizzonte non si profila nessun tipo di modifica caratteriale o esistenziale, se vediamo che un confronto sincero e costruttivo non è possibile, è bene essere sinceri con noi e con l’altro restituendo questo tipo di sensazione, magari ipotizzando un’interruzione del percorso o la fine del rapporto terapeutico: non dobbiamo mai dimenticare che lo psicoterapeuta non dà mai consigli al paziente né si sostituisce a lui/lei nelle scelte di vita, ma è uno specialista che accoglie, ascolta e favorisce il cambiamento psichico esclusivamente se ne veda la possibilità e sempre nei limiti in cui esso può avvenire.

 

La psicoanalista russa Lou Andreas von Salomé, allieva di S. Freud

e prima psicoanalista donna ammessa alla Società Psicoanalitica viennese

 

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