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Psico Attualità

Il buon selvaggio che è in noi

 

 Dott.ssa Giorgia Aloisio

 

Se vi capita di osservare la vita di un contadino, con il suo adorabile e meticoloso lavorare i campi, se ritenete che il contadino di cui sopra viva la vita in modo assolutamente genuino e felice, che sia essenzialmente puro, buono e alieno ai mali del mondo e se pensate: ‘Quanto vorrei vivere in una dimensione di semplicità, di innocenza, di totale bontà come lui …!’ allora la diagnosi è presto fatta: il ‘mito del buon selvaggio’ ha colpito anche voi.
Quando pensiamo alla vita delle persone apolidi, ai senzatetto, alla libertà di cui dispongono, alla loro totale estraneità dalla routine lavorativa, dalle faccende di casa, dai fatti politici, dalla carta d’identità scaduta, dall’invidia sociale, può succedere di avere voglia di fuggire anche noi in una dimensione di anonimato, un po’ come accade nel meraviglioso romanzo ‘Il fu Mattia Pascal’ di Pirandello: ci divertirebbe non poco cambiare il nostro nome e cognome come fa Mattia, vorremmo scorrazzare via per qualche landa desolata, finire anche sotto qualche poetico ponticello, dove nessuno parla la nostra lingua e dove possiamo davvero essere noi stessi, senza vincoli né obblighi, finalmente liberi dal parere di genitori, suoceri, badanti, criceti, parrocchetti.

 

Parrocchetto accigliato


Quando le riflessioni finiscono in questa direzione, siamo decisamente precipitati nel ‘mito del buon selvaggio’. Niente di grave, attenzione: non se ne muore! E se ci pensiamo, numerosi grandi pensatori del nostro mondo occidentale ci sono per così dire ‘incappati’. Pensiamo, a titolo esemplificativo, allo straordinario romanzo 'Robinson Crusoe' di Daniel Defoe, che costituisce un perfetto esempio di questo mito.

In realtà, se l'idealizzazione della vita di campagna risale addirittura al tempo dei classici greci e latini (basti ricordare le satire di Orazio o le bucoliche e le georgiche di Virgilio) il cosiddetto ‘mito del buon selvaggio’ , in senso stretto, nasce in seguito alle colonizzazioni di età moderna, a seguito dell'incontro con il 'selvaggio', quando il mondo ‘civilizzato’ ha ritenuto di poter rendere ‘civile’ il ‘barbaro’ abitante delle lontane terre conquistate. Questo mito si è anche sviluppato a causa del dilagante senso di colpa che noi occidentali abbiamo sviluppato in seguito alle atrocità commesse in quelle terre (pensiamo, ad esempio, alla triste storia delle cosiddette riserve indiane, dove abbiamo confinato i padroni di casa …). L’orrore della violenza occidentale e il male in senso ampio che abbiamo portato ai popoli lontani ci hanno condotto a riflettere sull’essere umano e sulle origini dei suoi sentimenti, ponendoci di fronte la fatidica questione: l’essere umano è originariamente buono o malvagio? Il bene e il male sono così nettamente separati? È mai esistito un popolo che in origine era puro e innocente, al quale possiamo attingere e, in qualche modo, fare ritorno? Le cose, naturalmente, non sono mai così nettamente distinte e la realtà è costituita da tante colorate sfumature che a volte sarebbe più comodo non vedere.

Secondo alcuni pensatori, l’uomo, in principio, era buono: di questi fa parte, ad esempio, il grande filosofo svizzero Jean-Jacques Rousseau (1712 - 1778). Questi riteneva l’essere umano essenzialmente buono perché ignaro della proprietà privata (e qui ci viene in mente Karl Marx, che prese senz’altro spunto da Rousseau). C’è stato un tempo, racconta Rousseau nelle sue splendide ‘Confessioni’, in cui ‘gli dei potevano leggere nel cuore degli uomini’, tale era il livello di purezza cristallina dei sentimenti umani, un tempo in cui gli uomini non invidiavano le donne degli altri e vivevano piuttosto isolati ma appagati. Naturalmente, il filosofo non fa riferimento ad un’epoca realmente esistita, si riferisce piuttosto ad una dimensione vagheggiata, immaginata.

 

Il filosofo svizzero Jean-Jacques Rousseau.


All'epoca di Rousseau non esisteva un approccio scientifico e ragionato nei confronti delle civiltà altre rispetto al modello occidentale. La vita di tante popolazioni lontane, quindi, era solo frutto di fantasia o di racconti più o meno veritieri di avventurosi viaggiatori. Sotto questo punto di vista, la svolta avvenne indicativamente nel XIX secolo, negli Stati Uniti, con la nascita di quel ramo di studi che oggi comunemente definiamo antropologia culturale. Grazie a curiosi intellettuali ed esploratori come Claude Lévi-Strauss e Margaret Mead, ad esempio, siamo riusciti a conoscere meglio questi popoli lontani e a scoprirne diversi lati oscuri, come alcuni dei loro riti, a volte di sconcertante crudeltà per i nostri standard odierni. Gli studiosi di antropologia, quando hanno incontrato “sul campo”, come si suol dire, i popoli oggetto delle loro osservazioni, hanno dovuto fare i conti anche con questi aspetti dolorosi e a tratti francamente disumani, rischiando a volte persino la loro stessa vita. Cosa dire di quelle etnie (ad esempio proprio quelle studiate da Lévi-Strauss in Brasile) tra le quali è pratica comune l’infanticidio? Cosa direbbe Rousseau di fronte a tanto raccapricciante orrore? Per non parlare poi della diffusa pratica dello 'scalpo', o dello scorticamento vivo dei nemici o anche del rito del cannibalismo (tuttora ancora praticato in certe tribù della Repubblica Centrafricana). Per dirla proprio tutta, però, forse non dovremmo porre quesiti del genere a Rousseau (se mai ciò fosse possibile): l'autore del saggio 'L'Emilio o dell'educazione', non fu proprio un modello di umanità, dato che abbandonò in orfanatrofio tutti i suoi cinque figli ...

 

L'antropologo Claude Lévi-Strauss in compagnia di una simpatica scimmietta.


Sigmund Freud si situa all’opposto del pensiero di Rousseau: l’essere umano, secondo il fondatore della Psicoanalisi, è come diviso a metà, tra due forze originarie che lo spingono verso il bene, l’autorealizzazione, la conservazione del sé e della vita (pulsioni di vita) ma anche verso la distruzione e l’annichilimento (pulsioni di morte). Quindi non esiste alcun individuo che sia totalmente ‘buono’ (nemmeno in origine!), come non esiste soggetto completamente iniquo e malvagio. Tutto dipende dall’equilibrio che una persona riesce a stabilire tra queste due pulsioni che, però, sono ineliminabili e ci costringono a vivere con questo ‘pungolo’ costante.

Insomma, attraverso l’idealizzazione dell’altro e della sua esistenza, cerchiamo di trovare un paradiso che, per definizione, non può esistere in questa vita; a volte lo stesso meccanismo si riscontra nelle parole dei tanti ‘esterofili’ che credono in un estero geograficamente vago, dove la gente è perfetta e civile fino all’osso. La vita che vorremmo avere la proiettiamo all’esterno di noi: così ci alieniamo da noi stessi e proviamo invidia nei confronti degli altri …
Più utile per noi sarebbe riuscire a trovare tracce di quel paradiso qui, nella nostra vita, nella nazione in cui viviamo, nella nostra abitazione e nelle relazioni che intrecciamo con gli altri, cercando di creare spazi e tempi nei quali siamo liberi di non usare alcuna maschera e ci sentiamo in contatto con le nostre emozioni, godendo il momento presente, senza desiderare di non essere ciò che immancabilmente siamo. Nella testa e nelle mani abbiamo la possibilità di cambiare la vita, se non ci piace: perché non iniziamo a farlo? Buona vita e buona lettura con i nostri suggerimenti letterari.

 

 

Poveri ciechi che siamo!
Oh, cielo, smaschera gli impostori
e costringi i loro barbari cuori
ad aprirsi allo sguardo degli uomini.

 

J. J. Rousseau, Confessioni

 

Bibliografia consigliata

 

Carnevali B. (2004) Romanticismo e riconoscimento. Figure della coscienza in Rousseau, Il Mulino
Defoe D. (1719) Robinson Crusoe
Freud S. (1920) Al di là del principio di piacere
Freud S. (1923) L’Io e l’Es
Levi-Strauss C. (1955) Tristi tropici
Pirandello L. (1904) Il fu Mattia Pascal

Rousseau J. J. (1762) L'Emilio o dell'educazione
Rousseau J. J. (1782) Confessioni
Rousseau J. J. (1755) Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini
Starobinski J. (1975) Jean-Jacques Rousseau. La trasparenza e l’ostacolo, Il Mulino

 

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