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Psico Attualità

Vivere in uno 'stato di minorità'

 

Dott.ssa Giorgia Aloisio

 

 

Mi è capitato di incappare in un breve scritto di Immanuel Kant e sono rimasta molto colpita da una riflessione del filosofo tedesco che trovo molto moderna e … di grande acume psicologico.
A fine ‘700 Kant pubblica su una rivista il proprio contributo nel definire cosa sia l’illuminismo. Piccola parentesi storica: l’articolo è del 1784, quindi prima della rivoluzione francese. Viene da un mondo quindi molto ma molto lontano rispetto a quello di oggi!
Nel suo articolo, Kant spiega che l’Illuminismo, in ambito filosofico, rappresenta «l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso». Ma cosa intende Kant per ‘stato di minorità’? Lo troviamo qualche riga dopo: «la pigrizia e la viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini […] rimangono volentieri minorenni per l’intera vita». E prosegue: «È tanto comodo essere minorenni! Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene, ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero per me».

A questo punto il discorso già si è fatto chiaro e sono certa che chi legge avrà avuto qualche ‘visione’, una sorta di epifania, pensando a tutte le persone di sua conoscenza che si trovano in questo stato che Kant definirebbe appunto di ‘volontaria minorità’, di disabilità autopromossa, … probabilmente si sarà ricordato anche di se stesso e di quanto spesso si è consegnato mani e piedi agli altri, senza nemmeno porsi la questione.

 

Immanuel Kant (1724 - 1804)

 

Mettersi nelle mani degli altri è semplice: tanti parenti, amici e conoscenti sono disposti ad occuparsi di noi, quanto meno in certi ambiti! Ne sarebbero così felici … una vera pacchia per loro! Un genitore che svolge tutte le incombenze del figlio, un docente che fa la versione al posto del discente, un paparino docente universitario che inserisce la figlia tra le fila dei ricercatori del medesimo ateneo, un laureato che scrive la tesi al posto di un laureando, un marito che infila la propria mogliettina a lavorare nell’ufficio comunale, … Non solo: pensiamo alle persone che si affidano più o meno completamente a una guida spirituale (sacerdoti, santoni metropolitani, saggi del sud est asiatico, etc) o a un credo politico … individui che scelgono sulla base di ciò che potrebbe dire un redivivo Karl Marx o un Osho resuscitato.
E, come dice Kant, è anche molto comodo e semplice non occuparci di noi anziché farlo. Siamo sicuri, però, che non ci siano controindicazioni? Prendiamoci qualche istante per riflettere.
È sempre un vantaggio lasciare agli altri la possibilità di scegliere al posto nostro? Cosa accade quando sono gli altri ad occuparsi di noi e dei nostri affari? Quando altre persone gestiscono i nostri giorni, a chi attribuire i risultati del lavoro, del benessere fisico, psichico o economico?

La vita può darci tante soddisfazioni ma come sappiamo è anche costantemente irrigata dal male che, come insegna la filosofia, non può essere estirpato: tutti viviamo perdite, sofferenze, malattie, delusioni, anche la regina d’Inghilterra, senza eccezioni e senza sconti. Possiamo provare a vivere in modo epicureo, cinico, stoico, ma non possiamo evitare di vivere sulla nostra pelle sensazioni, sentimenti ed emozioni. Nemmeno vivere sotto una bella campana di vetro può escludere il male dalla nostra esistenza: da quei piccoli mondi dorati dove ci hanno inseriti mamma e papà, fatti di comodità, zuccherini e confortevoli cuscini sarà meglio non uscire mai, o davanti ad un’unghia scheggiata rischieremmo di essere colti da infarti plurimi … a certe eventualità non eravamo abituati, sotto vetro. Anche una biro improvvisamente priva d’inchiostro potrebbe darci il colpo fatale.

 

 

 

Propongo un esempio banale che penso possa essere esplicativo per entrare nel discorso kantiano: pensiamo a quando abbiamo imparato a fare qualcosa da soli, per esempio andare in bicicletta (sempre che lo abbiamo imparato, naturalmente!). Da bambini, all’inizio, abbiamo inforcato quel trabiccolo con il supporto delle famose ‘rotelle’ che ci aiutavano a stare in equilibrio; ogni tanto abbiamo sfiorato il brivido mozzafiato di stare sulle sole due ruote ma poi atterrare sulle rotelline di sostegno ha fatto sparire il terrore dai nostri occhi. Un giorno nostro padre ci ha tolto le rotelle laterali, ci ha accompagnati con una mano sulla spalla per un certo tragitto e poi, ad un certo punto, quel contatto fisico è scomparso e abbiamo incominciato a muoverci sulla bicicletta su due ruote … da soli. Che forte emozione! Che meravigliosa sensazione di libertà, di benessere, come di … potenza! Magari siamo capitombolati dopo mezzo metro, magari dopo sette secondi l’eccitazione ci ha fatti precipitare in una buca, o la paura ci ha fatto sterzare all’improvviso senza motivo… ma c’è stato un momento in cui abbiamo imparato a muoverci da soli, sulle due ruote, senza ‘rotelle’ e senza una guida al nostro fianco e abbiamo continuato a farlo … fino a rispondere con convinzione ‘sì’ alla perniciosa domanda : ‘Sai andare in bici?’
C’è chi, al contrario, preferisce avere le ‘rotelle’ tutta la vita, o il genitore sempre accanto, il medico al proprio fianco, con le loro mani rassicuranti, calde come un altoforno, affabili come i tentacoli di un polipo gigante, avvolgenti come le spire di un boa constrictor.

 

 

Eccolo qui, un tenerissimo boa constrictor.

 

Quando sono altri a decidere per noi, siamo costretti a riconoscergli i meriti (e anche i demeriti, ovviamente) ma diventiamo automaticamente spettatori passivi della nostra vita, che rischia di trasformarsi in un noioso film da osservare come estranei e igienici visitatori di un cinema. Se è il nostro partner a scegliere il nostro percorso professionale, diventiamo delle marionette nelle sue mani e saremo perennemente dipendenti dall’altro, incapaci di buttarci e provare a nuotare anche dove non tocchiamo: e non sapremo mai se quel posto da ricercatore, quell’impiego al ministero, noi lo avremmo ottenuto anche per le nostre qualità e grazie alle nostre competenze. Brutta storia!
Procedendo in questo modo, quell’inebriante sensazione di farcela da soli, di essere artefici del nostro destino, quella parvenza di onnipotenza che a volte sentiamo animarsi sotto l’epidermide, quella della bicicletta per intenderci, non avremo alcuna chance di sperimentarla … Sarebbe come vivere la vita a metà. Forse in un’altra vita vivremo diversamente: sempre che un’altra possibilità ci sia davvero.
Quando otteniamo qualcosa non perché siamo figli della potente maestra di yoga americana ma perché siamo davvero capaci e affidabili, erigiamo un pezzettino in più della nostra ‘cittadella interiore’ (per dirla con Marco Aurelio): ebbene sì, è in questo modo che si costruisce la famosa, inflazionata autostima, di cui tanto si parla (e straparla!). È in noi che dobbiamo credere! Dobbiamo metterci in gioco e trovare il coraggio di affrontare i nostri fantasmi privati, quei mostri che ci vengono a trovare nei sogni o che proiettiamo all’esterno sotto forma di fobie, attacchi di panico, ipocondria e molto altro ancora: senza cercare la protezione di tutori, di guide, di genitori surrogati. Solo in questo modo possiamo rafforzarci psicologicamente e diventare veramente degli individui, è in questo modo che possiamo finalmente scrollarci di dosso lo ‘stato di minorità’ di cui scrive Kant, che non dipende dal compimento del diciottesimo anno di vita ma da una maturazione interiore che significa autentica, piena libertà interiore.

 

 

SUGGESTIONI LETTERARIE

 

- Il testo integrale dello scritto di Kant (in italiano) è consultabile a questo link.

- Pierre Hadot, 'La cittadella interiore. Introduzione al pensiero di Marco Aurelio', Edizioni Vita e Pensiero

- Marco Aurelio, 'Colloqui con se stesso'

 

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