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Psico Attualità

Un fastidioso nemico tra di noi: il silenzio

 

Dott.ssa Giorgia Aloisio 

 

 

Nella nostra attuale società siamo letteralmente sommersi dai suoni e  dai rumori: telefoni cellulari che squillano (anche troppo spesso), computer, tablet, palmari, … e chi più ne abbia più ne metta. Non è solo ‘colpa’ delle nuove tecnologie: siamo anche noi che, troppo spesso, non riusciamo a sopportare il silenzio e facciamo in modo di avere quasi sempre una sorta di ‘sfondo sonoro’ che ci tenga compagnia, che riempia le nostre giornate, magari anche solo la televisione o la radio. Mal tolleriamo il silenzio quando siamo da soli ma quando ci troviamo in compagnia diventa tutto più insopportabile e in certi casi il peso del silenzio si quadruplica. Quando siamo in presenza di altre persone e rimaniamo in pressoché totale assenza di parole, possiamo sentirci a disagio ed è per questo che, a volte, diciamo la prima cosa che ci passa per la testa (e ce ne pentiamo pure!)

 

 

L’irritazione e l’imbarazzo raggiungono il loro culmine quando l’altro è un individuo sconosciuto e, magari, tace anche lui/lei. Quei momenti di reciproco silenzio ci danno come la bizzarra impressione di essere alla gogna, si diffonde una sorta di atmosfera ostile, … ma se lei non apre bocca non la apriamo neanche noi … e a volte il silenzio ci trasporta in un incubo che dura pochi ma efficaci momenti. Pensiamo, per esempio, alla classica scena dell’ascensore: saliamo su con una persona sconosciuta e sentiamo quell’assordante, lunghissimo, seccante silenzio che quasi ci fa sentire il rumore dei neuroni cerebrali. Magari si tratta di pochi istanti, istanti che in quei momenti trasformano la qualità del tempo e gli attimi si trasformino in lunghissime, ingombranti ere geologiche. Sempre su questo dannato ascensore, in compagnia di estranei, proviamo a distrarci, a guardare oltre un immaginario orizzonte, ricordiamo come in stato di trance la vecchia chaise longue nella polverosa soffitta della bisnonna austriaca, poi, quando non ce la facciamo proprio più, preda di un raptus di improvvisa follia, come per magia facciamo sbucare dalla tasca il nostro fido amico smartphone, ma come spesso accade in questi frangenti, i tentativi falliscono miseramente: per non apparire proprio ostili agli occhi altrui ci mettiamo alla prova con qualche espressione facciale che, alla fine, smentisce tutte le assurde, rocambolesche manovre fatte in precedenza … e il castello di carte crolla.

 

 

L'attore e regista Woody Allen.

 

Viviamo in una società che non ammette soste, neanche sonore: mentre lavoriamo al computer accendiamo anche la televisione per sentire qualche notizia e magari, già che ci siamo, parliamo pure al telefono, dimenticando che il nostro cervello può incamerare solamente un certo quantitativo di informazioni alla volta, non di più! Forse dovremmo chiederci se tutto questo rumore non sia in realtà frutto di una nostra difficoltà a stare con noi stessi, con i nostri pensieri e le nostre emozioni, un inutile, fallimentare modo per sfuggire a noi. Siamo bramosi di riempire ogni vuoto sonoro in qualsiasi modo pur di evitare il confronto con la nostra soggettività, e più siamo impacciati, più l’impaccio balza all’occhio e all’orecchio di chi ci è accanto. La domanda sorge spontanea: in un periodo storico frenetico e in costante ‘rumoreggiamento’, è veramente tempo ‘perso’ quello che impieghiamo rimanendo in silenzio? E poi, perché restare zitti assume così di frequente una connotazione negativa?

 

 

Per rispondere a queste domande, proviamo a pensare, per esempio, all’importanza che il temuto silenzio assume in alcuni ambiti sociali e culturali. Pensiamo, per esempio, alle ‘pause’ in musica, quei momenti di totale assenza di note durante la realizzazione di un brano musicale, alle pause tra un tempo e un altro o a quei silenzi alla fine di un’esibizione. Prendiamo in considerazione quegli indispensabili silenzi al termine di una sinfonia tragica, come quelle che amava dirigere Claudio Abbado e che richiedono, alla fine, degli autentici, infiniti momenti di raccoglimento, di spiritualità, allo scopo di realizzare una sentita, autentica vicinanza affettiva e comunicativa tra musicisti, compositori e pubblico! Pur senza parole e senza musica, quelli sono attimi così pieni e significativi: un silenzio decisamente necessario e … assolutamente ‘positivo’.

 

 

 

Pensiamo al silenzio che dobbiamo rispettare quando accediamo ad un’area benessere o ad una lezione di meditazione, alle emozioni e alle immagini che ci attraversano durante un’esperienza di immaginazione guidata, alla ricchezza e pienezza di quei profondi momenti di nulla acustico: in quei frangenti, quando il silenzio viene rotto, ne siamo addirittura infastiditi.
In psicoterapia, il silenzio non è mai tempo perso; al contrario, è spesso carico di significati. Ci sono addirittura momenti nei quali restare silenziosi è più comunicativo di tante parole. Rimanere silenti, durante una seduta, può essere dovuto ad un momento di elaborazione, di raccoglimento in sé, all’esplodere di una forte, incontenibile emozione, può essere un modo per ritornare ad un episodio del nostro passato che ha a che fare con il presente e con quello che siamo diventati oggi. Il terapeuta accorto e sensibile, in questi casi, sa distinguere un silenzio ricco di senso da un mutismo dovuto ad imbarazzo o dubbio e quando comprende l’importanza di questi momenti, sa restare in un accogliente, empatico ascolto privo di parole.

 

 

Scena tratta dal film Io ti salverò, di Alfred Hitchcock (1945).

 

Nei momenti di silenzio, proviamo ad ‘ascoltarci’, facciamo caso al nostro stato d’animo e ai pensieri che sorvolano la nostra mente; se riusciamo ad accogliere questi momenti dentro di noi e a superare la prova, … possiamo ritenerci soddisfatti: siamo già a buon punto, nel nostro percorso esistenziale.

 

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