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Psico Arte

Recensione a ‘Il sesso inutile’: quando ereditare un libro significa ricevere un regalo

 

Dott.ssa Giorgia Aloisio

 

Scrivere di Oriana Fallaci non è semplice: nemmeno leggerla, se dobbiamo proprio esser sincere. Possedere un suo libro può rivelarsi spinoso, addirittura imbarazzante, quasi come essere beccati col Kamasutra illustrato tra le mani. A volte basta anche solo il suo nome per generare reazioni alquanto bizzarre; ‘La Fallaci è di destra!’, sento spesso ruggire da musi ostili, quindi per la proprietà transitiva non si può leggere, il rischio d’inquinamento è troppo elevato, l’infezione potrebbe essere già in circolo. ‘La cultura è di sinistra’, mi sembra di sentire da dietro le mie spalle, come se la vera cultura avesse bisogno di colori, credi politici o scimmiottamenti vari per esistere. Per fortuna chi aveva questo libro prima di me era libera da questo tipo di ‘trappole’ e mi ha sempre insegnato a far ossigenare il cervello, senza mai ingolfarlo di troppe sovrastrutture.

 

 

Solitamente, l’intensa avversione verso Oriana Fallaci è legata ad una totale ignoranza dei suoi scritti; o forse il suo nome viene collegato a quel celebre articolo, ‘La rabbia e l’orgoglio’ (che potete leggere cliccando qui) che la giornalista scrisse su Corsera, all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle. Un articolo infuocato, certo, che con spregiudicata, intensa rabbia e delusione spiattella senza mezzi termini il dolore di una cittadina di New York che stava vivendo in prima linea quell’orribile dramma.

Capita troppo spesso che un’ideologia o una banale posizione politica si trasformino in pregiudizio: i pregiudizi sono dannosi perché bloccano sinergie cerebrali preziose, creando al loro posto vuoti culturali di dimensioni siderali molto più imbarazzanti del già menzionato Kamasutra illustrato.

Se ci lasciamo irretire da questo tipo di mentalità restiamo impigliati in un malinteso e, quasi in delirio, si ha come la sensazione di sentire le parole di quella geniale canzone intitolata ‘Destra-Sinistra’ di Giorgio Gaber, che sentenziava con sagace umorismo che ‘il bagno nella vasca è di destra, far la doccia invece è di sinistra’. Naturalmente il grande Gaber denunciava tutta una serie di fraintendimenti che confondono forma e sostanza, ma forse non tutti hanno ancora compreso quell’utile, attualissima, pungente riflessione.

 

 

Veniamo al libro che ho letto e del quale sto per scrivere: Il sesso inutile, della innominabile, irriverente, scandalosa Oriana Fallaci. Un libro sulla donna e la sua condizione nel mondo: per alcuni versi, ovviamente, il testo è un po’ datato, visto che è del ’61; ma c’è dell’altro.

«Per quanto mi è possibile, evito sempre di scrivere sulle donne o sui problemi che riguardano le donne. Non so perché, la cosa mi mette a disagio, mi appare ridicola. Le donne non sono una fauna speciale e non capisco per quale ragione debbano costituire, specialmente sui giornali, un argomento a parte». Immagino già, se fosse viva, quali potrebbero essere le sue invettive sull’odierna epoca della ‘violenza sulle donne’ & co. Eppure, quando il direttore del giornale per il quale lavorava le propose di spedirla in giro per il mondo a ‘studiare’ la condizione femminile, Oriana Fallaci disse di sì: se le donne non sono bizzarri animali da tenere in una teca di vetro o ingenui angioletti da proteggere dai mali del mondo, perché accettò? Eppure avrebbe potuto bollare con un bel rifiuto quella proposta. Non era certamente la differenza anatomica tra i sessi ad incuriosirla, dato ovvio in tutto il globo terrestre, quanto piuttosto i tabù che in molti paesi avvolgono e ammantano le donne: nessun uomo al mondo è mai stato costretto a tenere fasciate per decenni parti del corpo o è stato obbligato a coprire il proprio volto dagli sguardi altrui, nessun maschio di genere umano è mai stato lapidato perché non era vergine. A pensarci bene, l’idea di quel viaggio per il mondo non sembrava più così balzana … e Oriana partì con questa ricerca in testa in compagnia del fido Duilio, fotoreporter allettato dai numerosi incontri con il sesso femminile in giro per il globo terracqueo.

Il viaggio ha inizio in Pakistan, per poi procedere verso India, Indonesia, Cina, Giappone, Hawai, Stati Uniti e poi di ritorno in terra italica. La Fallaci incontra personalmente concubine, spose bambine, matrone falliche, matriarche single, ragazze sottomesse alla religione, alla cultura, alle aspettative della società: con lo sguardo da occidentale e la sua capacità di far fronte anche a rifiuti o, peggio, ad insulti da parte di certe donne che di buone maniere erano decisamente a digiuno, Oriana procede nel suo viaggio tra le varie usanze e abitudini, e sembra non darsi per vinta neanche quando gli scenari si fanno meno rosei o, peggio, davvero inquietanti.

 

La Fallaci in mezzo a due abiti: quello a sinistra è il tipico vestito hawaiano (muu muu) l’altro, indiano (sari). Durante questo viaggio, la giornalista visitò Hawai e India.

 

Quali sono le donne più felici del mondo? E quali le più infelici? Ma soprattutto, è possibile stilare una lista di criteri che definiscano la felicità e l’infelicità di una donna?
Nel suo incredibile viaggio, Oriana sembra a tratti trovare una risposta a questi aporetici interrogativi: «Le spose sono sempre infelici» le confida una donna indiana, quasi cercando la sua complicità. «Io piansi tre giorni e tre notti quando sposai mio marito. In Occidente non piangono, forse?». Nei pressi di Kuala Lumpur, in Malesia, invece, le viene indicato un villaggio dove vivrebbero, secondo il parere del popolo malese, le donne ‘più felici della terra’, donne che, dopo aver chiesto in sposi i mariti, li hanno rispediti dalle rispettive madri, perché incapaci di cucinare o di spaccare la legna.

Durante un viaggio in treno in Cina, Oriana descrive una scena che la sgomenta: osserva una donna andare al bagno e si accorge che ha un andatura bizzarra, quasi comica. «Anziché vederla camminare, la vidi saltellare: come quei passerotti che vengono sul balcone a mangiare le briciole. Saltellava a piedi uniti, con ginocchi rigidi e spalle rigide e solo quando era sollevata da terra di due o tre centimetri sembrava sicura. Quando toccava terra di nuovo, il suo corpo tentennava avanti e indietro, privo di equilibrio [ … ] il suo avanzare era lentissimo [ … ] ci mise almeno dieci minuti a raggiungere la toilette, altrettanti per tornare». La donna si accorge di essere osservata con empatia dalla Fallaci e con generosa sincerità decide di parlarle dell’antichissima, disumana tradizione cinese che ha costretto le bambine a tenere fasciati piedi e seno per buona parte della loro vita, generando danni irreversibili sui loro corpi e le loro anime. La passeggera continua il suo agghiacciante, desolante racconto: quando, la notte, da bambina, esasperata dalle fitte, scioglieva le bende che le strizzavano il corpo per avere un po’ di requie, ecco che sua madre si accorgeva della ‘marachella’: e la picchiava di santa ragione, non voleva sentire ragioni, nessun uomo l’avrebbe mai sposata con piedi grandi e forme femminili.

 

Cao Mei Xing (1921-2013), dettaglio, 87 anni all'epoca della foto nel 2008.

Immagine tratta da www.d.repubblica.it

 

Come vivono le donne a Karachi, Bombay, Jakarta, Hong Kong, Kyoto? Sono uguali o diverse dalle donne occidentali? Quando perde il marito, come vive una donna, se le è permesso di continuare a vivere? E in Giappone? Ci sono donne che fin da bambine sognano di invecchiare, perché da anziane potranno finalmente ricevere il rispetto e la stima che non hanno mai avuto durante la loro vita, donne che, perso il marito, per non disonorare la famiglia, sono tenute a gettarsi nel rogo assieme al cadavere del consorte, … e tante altre incredibili, torbide, angoscianti storie. E le geishe? Che vita mai faranno? Sono davvero esistenze dissolute, dedite all’eros e alla libidine, le loro? Proprio no, scrive la Fallaci, le geishe «fanno una vita da monache: nessuna, vedendoci, aveva una piccola mossa di curiosità, o un sollevare di ciglia. Restavano ferme, con quei visini un po’ tristi, quasi fossero farfalle già morte e infilzate con uno spillo nel muro […] la loro disciplina è rigida, [ … ] qualcosa che noi europei non possiamo facilmente capire […] niente è più casto di una serata insieme alle geishe». Che poi, cosa curiosa, quando gli uomini giapponesi si sentono afflitti da un problema, di qualsiasi natura esso sia, non vanno mica a raccontarsi alle mogli; preferiscono il contegno silenzioso e accogliente delle geishe. Queste donne, durante gli anni di studio, imparano che per svolgere in modo corretto il loro mestiere, devono saper garantire ai clienti la segretezza delle rivelazioni che ricevono, un po’ come accade anche ai medici e agli psicologi, in fatto di privacy, nel nostro Occidente attuale.

Un libro che può interessare più il pubblico femminile, forse; un memoir che trabocca di episodi a tratti spassosi, a volte profondamente interiori, dalle tinte forti e con l’indiscutibile, distinguibile firma della sua autrice che, come sempre, sa farci vivere in prima persona le sue avventure esistenziali. Buon viaggio!

 

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