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Psico Arte

Arte e autenticità: sua maestà Marina Abramović.

 

Dott.ssa Giorgia Aloisio

 

Marina Abramović è nata 68 anni fa: ha un’aria pacata, quasi dimessa, vissuta, è una signora priva di orpelli, gioie e altri ammennicoli femminili. Non indossa abiti firmati, veste tendenzialmente monocolore, non porta quasi mai il trucco, è libera da sponsor e da stilisti.
Nata a Belgrado e vissuta nella ex Jugoslavia fino a 29 anni, rappresenta una delle massime autorità in fatto di performance art e body art. Non è l’unica ad aver osato addentrarsi in questo specifico campo artistico con coraggio e intelligenza: altri artisti prima di lei hanno segnato un percorso difficile da dimenticare, pensiamo anche solo a Gina Pane, altra straordinaria, rivoluzionaria artista di origini italiane.
Resa celebre dalle sue installazioni artistiche nelle quali era proprio lei a costituire l’attrazione artistica, l’opera d’arte vivente e provocatoria, sottoponendosi ad esperimenti fisico-psicologico-sociologici emotivamente intensi, Marina ha dato il proprio personale, indispensabile contributo al mondo dell’arte contemporanea.

 

 

Il suo percorso di artista non si è mai separato da quello di donna, e ciò che la Abramović mette in scena è sempre autentica emozione, vita vera, sue personali storie fatte di sentimenti genuini e di ricerca interiore: ed è per tale motivo che questa grande artista è riuscita ad affermarsi sulla scena internazionale e ad essere apprezzata da molti. Naturalmente, il suo modo così ‘rumoroso’ ed eccentrico di porsi al centro dell’attenzione degli spettatori le è costato anche numerose critiche e sguardi perplessi: ma come diceva Roberto Baggio, i rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli.

Proviamo a fare qualche esempio che, più di tante parole, possa introdurci alla conoscenza di questa incredibile donna. Prendiamo l’intensa, struggente e faticosa performance intitolata The Great Wall Walk (passeggiata sulla Grande Muraglia Cinese): prima però, qualche passo indietro nella vita di Marina.

 

 

Marina nella performance sulla Grande Muraglia Cinese.

 

Marina è figlia di due partigiani serbi che la crescono in un clima di regole rigorosissime e in parte assurde: fobia delle malattie e ossessione per la pulizia della madre la costringono a subire orari ferrei e a vivere sola, lontana dai coetanei, anche ospedalizzata. A 29 anni Marina, che fin da bambina era un’anima creativa, si reca ad Amsterdam per lavoro e qui incontra Ulay, tedesco nato il suo stesso giorno (30 novembre), appassionato come lei della neonata arte della performance: e scatta la passione. Ulay e Marina vivono una intensa, totalizzante storia d’amore lunga 12 anni, fatta di vita e lavoro condivisi, di esplorazioni del corpo e delle relazioni, di anni trascorsi in giro per il mondo in un furgone, tutte esperienze che pongono fine al morboso regime imposto alla Abramović dalla sua bizzarra famiglia di origine che faceva fatica a comprendere le motivazioni di questa dolorosa ma salutare separazione.

 

Marina e Ulay.

 

Insieme, i due, realizzano grandi performance e per alcuni anni coltivano un progetto: fare una lunga passeggiata sulla Grande Muraglia, partendo dagli antipodi, in modo da incontrarsi più o meno a metà e lì celebrare il loro amore con un rito matrimoniale. Per anni il governo cinese nega i permessi ma, quando glieli concede, la coppia si è irreparabilmente spezzata, e Ulay è in attesa di un figlio da un’altra donna. Il dilemma se accettare la sfida o accantonare il sogno coltivato per anni si risolve e i due decidono, nonostante le loro 'strade' si siano separate, di effettuare questo percorso sotto le luci delle loro telecamere e, nel momento dell’incontro, però, concordano di separarsi per sempre. Le immagini sono state girate nell’arco di novanta giorni e ritraggono Marina e Ulay nel loro passeggiare solitario: i due incontrano, ognuno lungo il proprio cammino, artigiani e pastori cinesi che vivono nei pressi della muraglia, osservano le loro abitudini, sperimentano l’impervio territorio cinese, effettuano un percorso simbolico che è di coppia ma anche fortemente personale e alla fine, quando si incrociano sulla muraglia si dicono definitivamente addio. Le immagini sono forti, toccanti, autentiche, e trasmettono allo spettatore una serie di sensazioni in modo immediato e conturbante. Una performance che vale davvero la pena conoscere e che potete vedere a questo LINK.

Ulay e Marina non si incontreranno più per 23 anni, continuando a vivere di arte e a sperimentare separatamente i loro percorsi lavorativi: si ritroveranno in occasione di una performance statica, The artist is present (2010) durante la quale Marina, per ben 712 ore, rimane seduta nel MoMa di New York (cliccando qui potrete visualizzarne un breve estratto) e fissa silenziosamente i visitatori che desiderano sedersi di fronte a lei. Poi arriva Ulay: nonostante il tempo non abbia smesso di trascorrere, qualcosa tra di loro sembra essere rimasto uguale a se stesso e i due vengono investiti da una cascata di emozioni impossibile da descrivere a parole. Lo stesso, come sempre, accade negli spettatori.

 

Marina e Ulay ... 23 anni dopo.

 

In un’altra celebre performance del 1974 dal titolo Rhythm 0, Marina si rende oggetto del pubblico e, dopo aver poggiato su un tavolo 72 oggetti di varia natura (tra cui piume, una rivoltella, rose, miele, olio d’oliva, un paio di forbici, uno scalpello, …), autorizza gli spettatori ad utilizzare questi oggetti sul suo corpo: da vestita che era, Marina viene, col passare delle ore, spogliata, toccata, tagliata, infilzata con le spine delle rose e ad un certo punto uno spettatore le mette in mano la pistola che ha un colpo in canna, quasi invitando l’artista a mettere in pratica una roulette russa. In questa performance il pubblico si divide in fazioni che si coalizzano tra loro, parteggiano contro di lei, le sono favorevoli, restando impigliato in una relazione dai toni sconvolgenti e dal ritmo incalzante; e alla fine della performance, quando l’artista ritorna ad essere una persona e, per così dire, riprende vita, assiste con grandissima sorpresa al dissolversi del pubblico che, imbarazzato, turbato, fugge il confronto con i propri istinti brutali, quasi negandoli. 

 

Marina Abramović in Rhythm 0 (1974).

 

Un breve video riassuntivo di questa installazione è disponibile a questo LINK.

Struggente, vera, tutta fatta di umana, tartassante emozione, Marina Abramović è un’artista capace di raccontare se stessa agli altri emozionandoli con un non-verbale primordiale, fatto di istinto, visualità, provocazione, audacia: è una donna che sa trovare in sé la forza di sprofondare nelle segrete più buie e spaventose, che ha voluto mettere alla prova i propri limiti e ha cercato di superarli, senza vergogna, senza remore, curiosa di sondare i confini che uniscono e separano corpo e mente, persona e persona. La ferrea disciplina impartitale dalla famiglia, Marina è riuscita a traslarla nel suo modo di fare arte, i cui ingredienti principali sono regole precise, restrizioni, istruzioni minuziose e quella straordinaria capacita' di trarre energia dalle proprie ferite.

Quando le domandano che cosa significhi, per lei, essere un artista, risponde candidamente: ‘Sai che sei un artista quando sei 'costretto' a fare arte: per un artista, creare è come respirare, non puoi evitare di respirare per vivere. E niente potrà mai impedirti di farlo’. Forse non è semplice capirlo, ma di lei … possiamo fidarci. 

 

 

 

 FONTI 

 - Marina Abramovic Institute 

 -  Brain Pickings

 

SUGGESTIONI LETTERARIE

-  Getting there: a book of mentors, di Gillian Zoe Segal (sito di Barnes & Noble)

- Marina Abramović sul sito Artsy

 

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