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Psico Arte

PSICOFILM: Come il vento – quando il carcere può essere raccontato senza buonismi.

 

Dott.ssa Giorgia Aloisio

 

Valeria Golino in una scena del film  

 

Pellicola del 2013, 'Come il vento' racconta la vicenda esistenziale di Armida Miserere e, a latere, del suo compagno Umberto Mormile. In un mondo nel quale mafia e disonestà vengono troppo spesso ritratte in modalità buonistico-savianesche, questo film dà, invece, uno spaccato di vita estremamente asciutto ma non per questo anaffettivo dell'esperienza di Armida, una delle prime donne, in Italia, ad aver ricoperto il ruolo di direttrice carceraria.

 

 

Armida, donna corazzata all'esterno ma fragile e sensibile interiormente, trascorre pochi anni in ogni prigione che dirige: conosce realtà sempre diverse (in Toscana, Sicilia, e varie altre regioni), cambia continuamente ambiente professionale, incontra colleghi tra i quali ce ne sono molti che sanno cogliere la sua profondità psichica e capire il peso che la sua identità di donna comporta in un mondo - quello penitenziario - dominato dagli uomini. Armida sa somministrare punizioni ai carcerati che la insultano o la prendono in giro – nonostante l'empatia e la sofferenza che non riesce a evitare di provare – sa farsi rispettare dai colleghi, sta male quando scopre che uno dei carcerati si è suicidato; resiste a ritorsioni e minacce più o meno esplicite e, dopo pochi minuti dall'inizio del film, è vittima di una grave perdita personale che non le permetterà più di vivere serenamente la sua professione e la vita sentimentale. 'Non c'è più posto in me, per l'amore', ammette disperatamente a se stessa Armida verso la fine del film, quasi come un animale in trappola, ormai spacciata dopo una serie di dolorose e complesse esperienze private che si intrecciano inevitabilmente con le vicende professionali: lo spettatore non può che immedesimarsi in questo avvolgente, passionale personaggio e vivere con empatica compassione la sua intensa vicenda umana.

 

 A destra, in uniforme, Enrico Silvestrin.

 

Valeria Golino è intima, vibrante, perfetta in questo ruolo: altrettanto il compagno di set, Filippo Timi. La fotografia di Gherardo Gossi dai toni scuri e marcati, mostra contrasti angoscianti in linea con la trama del film e con la musica, essenziale e minimale, capace di segnare il tempo del dolore e della liberazione (colonna sonora di Shigeru Umebayashi). Enrico Silvestrin compare brevemente in un riuscitissimo ruolo.

Esistono modi per raccontare mafia e prigione che non ricalcano stereotipi scontati e banali, ma che sanno mostrare l'autenticità dei sentimenti, la forza caratteriale di chi si trova a vivere in queste realtà, senza scendere in fastidiosi vittimismi, inutili allarmismi e vuota, incipriata retorica.

Un film veramente emozionante.

 

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