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Psico Arte

Recensione al romanzo La ballata di Adam Henry, di Ian McEwan

Dott.ssa Giorgia Aloisio 

 

Copertina del libro di Ian McEwan

 

La ballata di Adam Henry: brevissima sinossi senza fare spoiling

Un brillante corso di studi, così come la sua carriera, fatta di piccoli, meritati passi, poi finalmente la nomina a giudice dell’Alta Corte britannica: questa è la storia professionale di Fiona Maye (un nome che ci ricorda la celebre sportiva italo – britannica Fiona May, forse un tributo all’atleta?), la protagonista del romanzo La ballata di Adam Henry (titolo originale: The Children Act), dell’inglese Ian McEwan, che poi è l’autore de Il giardino di cemento, Espiazione e Bambini nel tempo, tanto per capirsi. E fino a qui niente di sconvolgente: se non fosse che un giorno, Jack, l’uomo con il quale ha condiviso decenni di vita amorosa, in un rapporto a due molto esclusivo e senza prole, le dichiara guerra e sulla soglia dei sessanta vuole fare ‘un ultimo giro’ per lasciarsi cadere tra le fresche braccia di una studentessa. Quello che Fiona vede abbattersi sulla propria testa è il classico ‘fulmine a ciel sereno’, che oltre a sconvolgere la sua vita routinaria, fatta di studio, lavoro, pianoforte, serate trascorse con lui a leggere davanti al camino, la turba su tutti i fronti, compreso l’ambito lavorativo; e si sa che un giudice, oltre alla conoscenza e alla competenza tecnica, deve potersi muovere con lucidità mentale nella valutazione delle sentenze, scegliendo con capacità di concentrazione e districandosi tra l’oggettivo e il personale, la legge e la morale.

 

Adam Henry è ricoverato per leucemia in un ospedale inglese, che si ostina a rifiutare le trasfusioni di sangue

 

La crisi coniugale e le sue conseguenze 

Quando la vita sentimentale di Fiona subisce questa battuta di arresto, la protagonista si rende subito conto che, con gli anni, ha incresciosamente trascurato una serie di aspetti di sé: ha dimenticato di occuparsi del proprio corpo, della propria persona (nel senso latino del termine, ‘maschera’), dell’affettività e della vita sessuale con Jack, ormai sbiaditi ricordi di un passato molto appassionato.
Proprio in coincidenza di questo ‘caos calmo’ che investe la sua vita privata, il giudice Maye si trova a dover fare i conti con un caso che non la lascia indifferente: quello di Adam Henry, un ragazzo quasi diciottenne, ricoverato per leucemia in un ospedale inglese, che si ostina a rifiutare le trasfusioni di sangue perché appartenente ad una famiglia di Testimoni di Geova. Per fortuna o purtroppo, mancano ancora alcuni mesi al suo diciottesimo compleanno ed è per questo che il ragazzo si trova nelle mani dei genitori e della comunità religiosa: l’ospedale, non condividendo questa presa di posizione, ha chiesto alla giustizia di decidere. Fiona si butta a capofitto in questo caso.

 

The Children act

 

Questioni etico - religiose 

Adam, per continuare a vivere, deve accettare il sangue altrui e questa terapia è del tutto incompatibile con la sua religione: è scritto sia nel Levitico che negli Atti, cita preparatissimo il ragazzo. Ma il punto non è solo questo. La domanda che viene posta al giudice riguarda la reale capacità del ragazzo di comprendere la criticissima situazione in cui si trova e di scegliere in modo libero: è davvero consapevole che se rifiuterà il trattamento, andrà incontro alla morte, ad una fine terribilmente dolorosa, lenta, un’atrocità davvero insensata? È lui che rifiuta la trasfusione o i genitori e la comunità gli hanno ‘lavato il cervello’? i medici e gli infermieri che si occupano di lui parlano di Adam come di un ragazzo brillante, sensibile, intelligentissimo, amante della musica e autore di poesie: non è un peccato lasciar andare così una giovane vita, farla sparire dalla terra in questo orribile modo? Possibile che un trattamento benefico e salvifico sia equiparabile ad una tortura? Fiona sospetta che il paziente sia un ragazzo ingenuo, innocente e non in grado di occuparsi della propria salute ma, per verificarlo, decide di recarsi personalmente da lui, in ospedale: vuole dialogarci, metterlo alle strette, avere i propri riscontri prima di emettere il verdetto che deciderà se lasciarlo morire o sottoporlo in modo forzato alle terapie mediche. Dall’alto del suo ruolo istituzionale, in questa vicenda il giudice Maye si fa umana, donna, madre e inizia a nutrire un certo desiderio di ‘salvezza’ e di riscatto che forse non aveva mai avvertito nei casi dei quali si era occupata in passato.

 

 

terapia incompatibile: è scritto nel Levitico e negli Atti

 

La vita privata, quella professionale e il romanzo 

Non è facile evitare il coinvolgimento in certe dinamiche, specie quando ci troviamo a dover fronteggiare un momento critico e difficile della nostra vita privata: a volte le nostre questioni personali possono intromettersi nelle vicende professionali senza che noi ce ne accorgiamo. Questo rischio si profila non appena il giudice Maye decide di ‘entrare’ nel vivo della vicenda che dovrà giudicare: come una speleologa, Fiona è in cerca di tracce, prove che possano farle individuare la capacità decisionale del ragazzo, la sua lucidità, le origini di questa decisione, la sua autentica volontà. Non si tratta solo di uno scontro tra legislazione e religione ma è anche una battaglia tra vita e morte, tra attività e passività, razionalità e istinto, tra coinvolgimento personale e freddo distacco; oltre a questo, Fiona è alla disperata e famelica ricerca di sé e di motivazioni che la facciano sentire viva, capace, utile, importante per qualcuno. Un mix di elementi che McEwan sa sempre ben dosare, come sappiamo noi appassionati lettori delle sue pagine, e che riesce a farci stare sulle spine fino all’ultima riga: ci sa far gustare lentamente gli eventi, il carattere dei suoi personaggi, quel loro essere adulti pur restando profondamente bambini (per restare in tema con il titolo di uno dei suoi best-seller, il già citato Bambini nel tempo).

 

Un ritratto dello scrittore Ian McEwan

Un ritratto di Ian McEwan

 

Una riflessione personale 

Personalmente, quando mi appassiono ad un libro, ho difficoltà a concluderlo: durante la lettura mi accorgo di fare pause più lunghe del normale, di metterlo da parte per qualche giorno o qualche ora pur di non concluderlo, nonostante la foga di conoscere il ‘finale’. Le ultime pagine di La ballata di Adam Henry le ho lette centellinandole nemmeno fossero stille di vino raro e prezioso, ho coccolato il libro come un flûte di cristallo a rischio rottura riponendolo con cura in luoghi asciutti e sicuri, durante le mie giornate ho ripensato al giudice Maye, alle riflessioni che si devono necessariamente fare in casi come questo e alle conseguenze delle varie, possibili sentenze. Credo che la forza di un romanzo sia in buona parte questa: il fatto che riesca ad attirare la nostra attenzione in modo tale da condurci ad interrogarci e a pensare al testo durante la vita di tutti i giorni. Romanzo e realtà, secondo alcuni, sono troppo spesso separati da un muro invalicabile, perché un romanzo se non è storico o veritiero è qualcosa che in qualche modo ‘non esiste’: secondo il mio parere, invece, libri e vita si intersecano spesso in modi inspiegabilmente utili e un libro che sembra non avere nessun contatto con la nostra vita, può a volte darci ottimi e inaspettati suggerimenti sulla gestione delle nostre questioni private.

 

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