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Psico Arte

L’angoscia dipinta da Edvard Munch: l’Urlo

Dott.ssa Alessandra Paladino

Alessandra Paladino

 

Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue,mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto, sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.
(Tratto dal diario di E. Munch)

… è così che Edvard Munch partorisce il suo più celebre dipinto: L'urlo, detto anche Il grido, il cui titolo originale, in norvegese, è Skrik.

 

 

Questo quadro è uno dei più famosi dell’espressionismo nordico. Tale capolavoro è stato realizzato nel 1893 su cartone con olio, tempera e pastello ed è parte di una serie di opere denominate "Il Fregio della Vita", in cui Munch ha esplorato i temi di vita, amore, paura, morte e malinconia. Come per altre opere, Munch, ne ha dipinte più versioni tra cui una esposta alla Galleria Nazionale di Oslo ed una al Museo Munch della stessa città.

L’immagine del Grido è diventata un luogo dell’immaginario collettivo: dilaga in infiniti gadget pubblicitari, dal cinema alle magliette, dalle copertine dei libri agli striscioni contro la guerra. È diventata una sorta di figura apotropaica che accompagna l’uomo nella sua quotidianità con l’intento di esorcizzare le paure e i fantasmi  più reconditi.
In quest’opera la pittura, per la prima volta, trova i mezzi per esprimere nel suo emergere l’immagine della catastrofe interiore, per descrivere il collasso del mondo interno e della realtà in tutto il suo impeto emotivo. Munch riesce a far vedere il grido, lo costruisce nelle sue linee di forza, nel potere di deformazione degli oggetti e nella fissità dello sguardo che si perde in quella che è l'esperienza del panico. Munch riesce anche a trasmettere il suono dell’urlo che si percepisce in modo violento e irresistibile. In quest’opera non è solo l'uomo ad urlare, ma tutta la natura si anima di un grido vuoto ma allo stesso tempo tangibile. La figura umana, le forme, gli oggetti e i colori tutti gridano esprimendo la stessa emozione. Sappiamo che i colori esercitano sui processi associativi degli impulsi simili a quelli degli affetti nella vita quotidiana e qui il rosso, con tutte le sue sfumature, predomina. Sembra che nel rosso del tramonto sia stato proiettato violentemente tutto il dolore che la mente non ha saputo contenere lasciando supporre il prevalere di una risposta colore puro, esattamente uno shock al rosso, per parlare in termini Rorschachiani. Un indice, questo, di profondi disturbi nella sfera affettiva, aggressiva e sessuale, che tradisce la possibilità di violente tempeste emotive, aspetti certo non estranei alla vita di Munch. Considerando che quest’opera è assolutamente autobiografica, l’interpretazione psicoanalitica  potrebbe essere che forse quella sera (pochi mesi dopo la morte del padre e con il dolore ancora bruciante) Munch, ispirato dalla natura, non vide solo un tramonto rosso sangue, ma il fantasma stesso della madre morta, che insieme a quello della sorella, teneva nascosti in una tomba psichica, magicamente inghiottiti, per non vederne la perdita troppo dolorosa. Per questo l'uomo che grida ha gli occhi spalancati, gli occhi di colui che hanno visto ciò che non avrebbero voluto vedere mai; la visione di quei fantasmi, ingoiati, espulsi dentro di sé, nascosti in una cripta.

 



Edvard Munch


Nel dipingere quest’opera, Munch, sembra quindi smentire clamorosamente il giudizio di Schopenhauer, che riteneva impossibile la riproduzione del grido nelle arti figurative. Munch in alcune pagine del suo diario scrive: “…Ho letto i testi dei filosofi della Scandinavia e ho sentito parlare delle teorie sulla psiche umana sviluppate dal dottor Freud, a Vienna. Io avverto un profondo senso di malessere, che non saprei descrivere a parole, ma che invece so benissimo dipingere”. Egli infatti scrive: “I miei quadri sono i miei diari” tanto che il Fregio della vita finisce per sostituire gli appunti autobiografici.

Avvicinarsi al Grido è una esperienza affascinante e complessa allo stesso tempo; l’accostarsi ad esso può coinvolgere, esaltare o turbare. In esso è condensato tutto il rapporto angoscioso che l’artista avverte nei confronti della vita e attraverso la sua opera riesce a dar voce a un urlo che in molti provano durante il corso della propria vita infatti, indubbia è la sua capacità di trasmettere sensazioni universali. Qui è ben rappresentata tutta l’angoscia che si racchiude in uno spirito tormentato che vuole esplodere in un grido liberatorio pur non essendoci alcun elemento che possa far supporre in una conseguente liberazione consolatoria. L’urlo di questo quadro è una intensa esplosione di energia psichica, un insieme di follia, malattia e morte infatti Munch scrive: “…soltanto un pazzo avrebbe potuto dipingerlo”.

Edvard Munch è il pittore dell'angoscia. Tale stato psichico caratterizza un po’ tutta la sua esistenza a causa di una vita tormentata da perdite e dolore: la madre muore mentre è ancora bambino e, adolescente, assiste alla morte della giovane sorella, logorata dalla tubercolosi. Questi episodi segnano la sua vita e condizionano la sua sensibilità fino ad influenzare i suoi quadri. Il Grido ne è l’esempio eclatante: qui rappresenta un’esperienza reale di una sera d'estate del 1893, pochi mesi dopo la morte del padre. L'arte di Munch nasce quindi come autoritratto dell'inferno interiore, come immagine di un interno lacerato, frammentato, da perdite non ricomponibili nel lutto e da traumi troppo difficili da elaborare. Munch stesso scrive: “La mia pittura è in realtà un esame di coscienza e un tentativo di comprendere i miei rapporti con l’esistenza. È dunque una forma di egoismo, ma spero sempre di riuscire, grazie ad essa, ad aiutare gli altri a vedere chiaro”. Si può ritenere dunque che l’autore intenda l’opera come interpretazione e la pittura come autoanalisi e cura dell’anima. Essa, in fondo risponde all’unico vero bisogno dell’artista: quello di ricomporre il proprio mondo interno, di ricreare i propri oggetti d’amore lacerati, distrutti e perduti. Il noto legame tra autobiografia e arte, in Munch, è allora qualcosa di più di una ricostruzione per immagini, la sua opera non è semplice rappresentazione di un evento, uno stato d’animo o un conflitto, piuttosto è disvelamento e messa in forma della complessa trama di forze che agitano la vita. Si potrebbe  anche dire che l’opera di Munch è la trasformazione in pittura delle passioni elementari e quindi interpretazione della vicenda umana.

Lo stile di Munch è legato all’esigenza di esprimere contenuti emotivi, la sua innovazione stilistica è proprio la necessità espressiva interiore, e la sua tensione pitturale concreta organizza e controlla la vicenda emotiva nella costante ricerca di nuovi rapporti con lo spazio e l’immagine. In questa corrispondenza tra interno ed esterno, tra fantasma ed opera, sta forse il segreto dello stile di Munch, fatto di scarti improvvisi, recuperi, incertezze. Esso non è mai completamente aderente agli stilemi dell’epoca, né mai completamente indifferente. Il suo stile resta insieme naturalista, impressionista, simbolista, espressionista e niente di tutto ciò. Come ha dichiarato Schmidt-Rottluff: “Munch resta un fenomeno unico”.

 

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