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Psico Arte

Psicologia e arte: intervista a Roberta Maola

 

Dott.ssa Alessandra Paladino

 

Siamo giunti alla nostra seconda intervista!
Di seguito potrete leggere il post dedicato all’artista Roberta Maola, che ringraziamo per averci rilasciato questa interessante intervista su psicologia e arte.

 

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 Foto di Roberta Maola

Quando hai scoperto la passione per l’arte? Cosa ti affascina di essa?

In realtà per quanto mi riguarda non credo si possa parlare di una vera e propria scoperta, l’arte, la creatività, l’ingegno sono da sempre state presenti nella mia vita. Da bimba passavo molto tempo libero a disegnare le eroine manga degli anni ’80, in particolare adoravo i personaggi e le storie di Riyoko Ikeda. Per me era una grande sfida riuscire a riprodurre esattamente la forma del manga, inoltre, avevo modo, attraverso il disegno, di dare corpo alle mie fantasie di vivere le loro storie tormentate. Arte è per me un sinonimo di libertà, un mezzo espressivo che da a tutti la possibilità di uscire da condizionamenti, preconcetti, strutture…... insomma mettere in discussione, sovvertire l’esistente. L’atto creativo è in sé, un processo che ci obbliga a guardare la realtà da punti di vista diversi e ricombinarne gli elementi in modalità inedite. L’arte mi dà la consapevolezza che esistono infiniti mondi… questo mi affascina di essa.

Che tipo di arte prediligi?

Non ho un genere preferito. Mi piace essere aperta a tutti gli stili, purché non siano un esercizio fine a se stesso, ma siano permeati della personalità dell’artista. Sono colpita dalle opere che sono aperte a più interpretazioni, dalle quali è possibile intuire un’inquietudine, una ricerca, una domanda e non una risposta.

Hai dei soggetti preferiti per le tue opere e nel caso quali caratteristiche ti attraggono nella loro scelta?

In questo momento utilizzo la tecnica iper-realista per rappresentare, tramite oggetti di uso comune, concetti più elaborati di carattere psicologico ed esistenziale. Mi piace che lo spettatore oltre a godere dell’aspetto puramente edonistico conseguente alla perfezione formale, sia stimolato a pensare. Ci sono due aspetti che mi attraggono. Il primo è di tipo puramente estetico, amo le trasparenze, i riflessi e i giochi di luce. Sono attratta dalla bellezza della forma, dalla sfida, coma da bimba, nel riuscire a far “toccare” gli oggetti che ritraggo, farne percepire la consistenza materica realizzando un processo sinestetico attraverso il quale lo spettatore possa “ricreare” l’oggetto nella sua mente. L’altro aspetto è più ludico, di gioco. Mi diverte estrapolare l’oggetto dal suo uso quotidiano per sottrarlo alla sua funzione comune e ricontestualizzarlo per dargli un nuovo significato.

Qual è la tua opera preferita e perché?

Naturalmente è quella che non ho ancora realizzato che è li confusa, sfocata, un embrione che si muove e si sviluppa nella compenetrazione continua tra emozioni ed esperienze. E’ la mia preferita perché è quella che non mi fa dormire, che cattura i miei pensieri, che mi elettrizza e mi tormenta al tempo stesso.

 Felicità-leggere attentamente le avvertenze 2015 - matita su carta 30 x 30 cm - di Roberta Maola

Come arriva l’ispirazione, è un umore triste e tormentato che ti spinge a creare o, al contrario, uno stato di benessere, di felicità?

Se lo sapessi me ne farei venire una al giorno. A parte gli scherzi l’ispirazione non è qualcosa che arriva attraverso un processo intenzionale e consapevole ma neanche come un fulmine mentre sei davanti al tavolo da disegno. Sono convinta che l’ispirazione sia il prodotto del pensiero creativo e che la creatività intesa come una capacità abbia bisogno di un esercizio continuo. Per quanto mi riguarda io dedico molto tempo ad osservare e a scrivere le mie idee, a volte il processo creativo è più fluido, altre volte procedo per tentativi ed errori. Non credo sia legato a variazioni umorali, in quanto nelle mie opere cerco di rappresentare i paradossi e le contraddizioni della realtà che mi circonda, la sorpresa o lo sconcerto che mi provocano, cercando attraverso l’opera di costruire un ponte empatico con l’osservatore. In tal senso l’oggetto rappresentato più o meno famigliare si fa strumento che sovverte le aspettative cognitive di chi osserva. Non è un processo da dentro di me a fuori, ma dalla realtà, alla mia dimensione interiore, per tornare di nuovo all’esterno nella condivisione di ciò che ho elaborato ed incarnato nell’opera.

Cosa ti guida nella realizzazione?

Di solito deciso il soggetto/oggetto lo sottopongo ad una serie di prove e di studi fotografici, successivamente seleziono e scelgo lo scatto più adatto alla rappresentazione dell’idea, infine disegno. È un procedimento molto delicato, che richiede altrettanta cura di quanta metta nel ritrarre l’opera stessa perché consiste nello sviluppare l’idea portante del lavoro che mi appresto a realizzare. È un po’ come ne stessi gettando le fondamenta.

Cosa intendi esprimere attraverso i tuoi quadri?

Naturalmente me stessa o, come ho detto, i riflessi della realtà sul mio modo d’essere, di percepire e di rielaborare le cose e gli avvenimenti. Se è vero che la realtà è una costruzione di percezioni e significati che ognuno fa a modo proprio, l’arte non può che essere il riflesso della visione del mondo dell’artista stesso.

Come definiresti la tua arte e secondo te gli altri cosa vedono nelle tue opere?

Direi una sorta di iperrealismo concettuale. In cui il primo è al servizio del secondo. Tento di spiegarmi: nelle mie opere la tecnica iper-realista serve a veicolare un’idea e al contempo a celarla. La rappresentazione iper-realista dell’immagine cattura l’osservatore che rimane colpito dalla dovizia di particolari con la quale viene rappresentata il soggetto del disegno. Ciò attrae l’attenzione e mette in evidenza l’opera, tuttavia l’osservatore viene distolto dal percepire gli aspetti dissonanti e paradossali con i quali costruisco le mie opere. Solo in un secondo momento, quando avviene la saturazione dell’effetto della precisione del lavoro, questi prende atto della particolarità dell’immagine che sta osservando. Solo in quel momento riuscirà a sviluppare la consapevolezza che la realtà, molte volte, ha elementi che sovvertono i comuni canoni della normalità e che ciò è sotto gli occhi di tutti, nonostante sia difficile coglierlo.

Quindi a tuo avviso c’è un filo conduttore tra psicologia e arte, ti va di darci una tua lettura di questo legame?

Sono due processi, due linguaggi molto differenti tra loro che agevolano l’espressione e la comprensione di pensieri, vissuti, emozioni e sentimenti. L’arte è anche una forma di auto-terapia molto potente. Allo stesso tempo la psicologia può essere uno strumento per fare introspezione e trovare all’interno di sé una fonte inesauribile di spunti creativi.

Roberta, tu sei anche psicologa, credi che la formazione psicologica si rifletta nelle tue opere?

Per il momento e credo per sempre, mi posso fregiare solo del titolo di dr.ssa in Psicologia, non essendo abilitata all’esercizio della professione. Come ho detto nella domanda precedente ogni persona che si avvicina all’arte lo fa con un proprio bagaglio ed è esso che ti dà gli strumenti per esprimerti. Nello specifico io uso il meccanismo delle dissonanze cognitive e quindi sì lo uso sia in senso tecnico, nel costruire un’opera e sia in un senso più squisitamente emotivo perché vado a toccare temi di pregnanza psicologica: l’attesa, la critica alla frenetica comunicazione cibernetica, il rapporto tra amore e violenza.

 

 L'Attesa 2015 - matita su carta 63 x 48 cm - di Roberta Maola

Quando hai deciso di abbracciare il mondo dell’arte e di lasciare da parte quello della psicologia? Come mai, cosa ti ha mosso?

Qualche anno fa lavoravo in una cooperativa nella selezione del personale, mentre facevo il colloquio ad una candidata e le chiedevo la motivazione che la spingeva a proporsi per quel lavoro mi rispose: “Per lo stesso motivo per il quale lei fa il suo, perché le piace, perché la fa stare bene e la entusiasma”. Poco tempo dopo ho cercato un’attività che mi facesse sentire come diceva la signora… ed eccomi qua.

Ci sono già in programma nuove esposizioni? Quando e dove?

In questo momento sto collaborando con alcuni miei colleghi per una collettiva che si terrà a Roma a inizio primavera 2016. Poi ci sono altre proposte che sono ancora in fase di definizione e che per scaramanzia non voglio rivelare.

Con quale quadro vuoi salutarci? Ti va di raccontarcelo?

Il quadro che ho scelto per voi è “Alla ricerca del tempo perduto” è il quadro che ho scelto come manifesto per la mia prima personale. Si tratta di un disegno a matita su carta che ho realizzato durante l’inverno 2014. Non lo voglio raccontare perché è molto più interessante che ogni spettatore lo possa narrare a se stesso a modo suo.

 

 

Alla ricerca del tempo perduto 2014 - matita su carta - di Roberta Maola


www.robertamaola.it 

 

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